Barry Lyndon (by S. Kubrick)

Quando lo rivedo in DVD (e lo rivedo spesso) rimango entusiasta delle soluzioni visive e della magnifica colonna sonora (Bach, re Federico, Haendel, Mozart, Paisiello, Vivaldi…)

Ma l’amarezza del finale mi impedisce di considerarlo il miglior film della mia vita.

Anzi, salto le ultime scene (a partire dalla battuta di Wendover: “I miei amici sono le persone migliori. Non intendo dire le più virtuose…”) e mi porto subito sull’epigrafe finale: Fu durante il regno di Giorgio III che i suddetti personaggi vissero e si agitarono. Buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri ORA SONO TUTTI UGUALI.

Sarabanda. Titoli di coda.

Per chi non la conoscesse, riassumo la TRAMA dopo il video.

Redmond Barry non è nato sotto una buona stella. Orfano di padre, ingannato dalla fidanzatina e dalla famiglia di lei, si ritrova soldato negli orrori della Guerra dei 7 anni (1756-1763). Diserta, viene costretto ad arruolarsi nell’esercito prussiano, fugge ancora e diventa un baro internazionale. Riesce a sposare una vedova bellissima e ricchissima, tenta di ottenere il titolo di lord… e finisce povero e con una gamba amputata.

Published in: on settembre 20, 2010 at 11:53 am  Comments (3)  
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(RI)letture estive

Nella mia valigia ci sono molti romanzi. Per lo più da rileggere, nel senso che li ho già letti (ma frettolosamente, come sono stato costretto a fare per anni) e adesso (disponendo di molto più tempo) li riprendo in mano.

Cominciamo con STABAT MATERah, dimenticavo che ne ho parlato nel post del 2 luglio!

Comunque ribadisco quanto già detto: l’inizio è truculento (da bambina, Cecilia è rimasta scioccata vedendo un’altra orfana partorire nel cesso; non è una scena per stomaci deboli) ma col passare delle pagine l’atmosfera si fa meno cupa.

Lo consiglio a chi ama la musica di Vivaldi o semplicemente la musica.

Secondo romanzo: LA DONNA DI PARIGI di Donato Bendicenti. La donna del titolo è un’italiana (Ludovica Ferradini) dalla vita sentimentale molto movimentata: è scomparsa la vigilia di Natale e a pag 255 la troveremo cadavere (un cavatappi le ha bucato la nuca) in una cella frigorifera.

Nel frattempo si occupano di lei un commissario francese (una specie di Maigret quintalesco, tendente alla depressione e amico delle bottiglie) e l’ex amante di lei (un italiano che ha fatto i soldi, ma triste come il francese e bevitore più del francese). C’entra una setta tipo Scientology, trafficanti di cocaina e avventure galanti.

La conclusione è piuttosto balorda (ditemi voi: come fa uno a cancellare dalla memoria la morte del “grandeamore”, a ricordarsene improvvisamente perchè ha rischiato di finire sotto un TIR e a dimenticarsi tutto pochi secondi dopo?), però è interessante la tecnica narrativa: tutto è raccontato in prima persona dall’italiano e (alternativamente) dal francese, come pagine di due diari paralleli che vanno dal 24 dicembre al 5 gennaio.

Può piacere a chi ama i “gialli” complicati o va a Parigi sognando avventure di vario genere.

IL BAR SOTTO IL MARE è una grandinata di racconti, comici (il pornosabato dello Splendor) surreali (Matu-Maloa) filosofici (il destino sull’isola di San Lorenzo) o fiabeschi (i quattro veli di Kulala), lunghi dalle 5 righe alle 30 pagine.

A mio modesto parere dopo Dino Buzzati non c’è stato nessun narratore spumeggiante come Stefano Benni. Alcuni romanzi del quale mi hanno deluso (ne riparlerò), ma questo libro è una goduria. Credetemi.

Apro parentesi. Dal racconto Achille ed Ettore ho tratto l’elenco di insolenze bolognesi che trovate qui.

Chiusa parentesi.

Ho letto anche (por la primera vez) NEW MOON. Non mi è piaciuto, neanche un po’.

Mentre avevo apprezzato (vedi post del 17 giugno) TWILIGHT, questo fricandò di licantropi e vampiri mi è sembrato insipido.

Però mi fermo qui. Per massacrare adeguatamente un romanzotto come questo CI VUOLE IMPEGNO E CONCENTRAZIONE e oggi fa troppo caldo.

Prometto di occuparmene al più presto. Magari alla prossima lunapiena.

STABAT MATER, romanzo di Tiziano Scarpa

Pubblicato da Einaudi, ha vinto il premio Strega per il 2009.

Vinto meritatamente secondo me: mi è molto piaciuto. Confesso però che non ho letto gli altri romanzi in gara. Ad esempio non ho letto il bambino che sognava la fine del mondo, classificatosi al secondo posto.

Poco male, ho tutta l’estate per colmare la lacuna. E’ una pacchia avere così tanti romanzi da leggere: sono sicuro di non annoiarmi.

Quanto a Stabat Mater, lo avevo scorso velocemente a Febbraio, ma adesso (dopo che ha vinto lo Strega) l’ho riletto per bene.

Trama. All’inizio del ‘700, a Venezia, Cecilia è un’orfana che impara a suonare il violino nell’Ospedale della Pietà. La sua condizione è tristissima e il suo sonno è tormentato da incubi spaventosi. Per reagire alla disperazione scrive (su tutti i pezzetti di carta che trova) lettere alla madre immaginaria, che non vedrà mai.

Più che lettere sono le pagine di un diario. Che comincia così:

Signora Madre, è notte fonda. Mi sono alzata e sono venuta qui a scrivervi. Tanto per cambiare anche questa notte l’angoscia mi ha presa… so come devo fare per non soccombere.

130 pagine dopo, Cecilia getta in mare l’ultima lettera alla Signora Madre. Ha deciso che non le scriverà più. Si è imbarcata su una nave diretta in Oriente. Travestita da uomo: particolare romanzesco poco credibile, ma nei romanzi succede sempre qualcosa di poco credibile.

Altrettanto poco realistico è il rapporto tra don Antonio Vivaldi (che insegnava musica all’Ospitale) e Cecilia. Troppa confidenza, fin dalla prima lezione a pagina 95.

Impensabile che una povera orfanella si potesse rivolgere (in pubblico) a un prete non più giovane (Vivaldi aveva 38 anni quando compose la Judith Triumphans in cui Cecilia si cimenta con entusiasmo) e già apprezzatissimo dagli aristocratici di Venezia senza chiamarlo “reverendo” o almeno “signore”. La società settecentesca era molto formale. In molte famiglie i figli davano del voi a genitori e nonni ecc.

Di più, Cecilia salta su (davanti a tutte le suore e alle concertiste) a criticare i Concerti per violino e orchestra (le Quattro Stagioni) dicendo “è infantile imitare i rumori del mondo, le uniche cose che la musica è in grado di imitare sono le nostre idee!” e Vivaldi, senza scomporsi, “Hai ragione, è la cosa più stupida che ho scritto…” Ma dai, andiamo…

A parte questi (perdonabili) difetti, il romanzo-diario è veramente bello. Molto crudo in certe pagine (all’inizio), ma poi c’è la consolazione della musica…

A pensarci bene, la protagonista è proprio la musica: violini, violoncelli, oboi… E le voci delle “putte” dell’Ospedale, in gara con gli altri tre Orfanotrofi di Venezia.

Non mi meraviglierebbe vedere sullo schermo una storia così struggente: i film in costume sono costosissimi, ma potrebbe venir fuori un capolavoro.

Published in: on luglio 6, 2009 at 9:04 am  Comments (5)  
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