cosa diceva Woody Allen della Regina cattiva di Bancaneve?

Ci sono 2 considerazioni da fare sulla favola di Biancaneve.

La prima l’ho accennata nel titolo. Nel film ANNIE HALL (in Italia, IO E ANNIE) Woody confessa di essere sempre stato attizzato dalla cattivissima Grimilde più che dalla pallida Snow White.

E non aveva visto MIRROR MIRROR, dove tra Julia Roberts e tale Lily Collins (già vista in una fetecchia incredibile, intitolata PRIEST) il fascino sta tutto dalla parte di Julia.

L’ho visto a Malta (multisala Empire): v. o. senza sottotitoli (qui tutti understand english) e confesso che qualche battuta l’ho capita a metà, anche perché coperta dalle risate del pubblico.

Sì, è sostanzialmente un film comico. Pregevoli le gags della Regina che sbava per il “peloso torace” del principeazzurro e si sottomette a terrificanti cure di bellezza.

Adesso, comunque, vi dico quelle 3 o 4 cose che ho capito. La SECONDA CONSIDERAZIONE la metto in fondo.

  • la regina vanitosa spende e spande in un lusso che neanche Maria Antonietta; il terzo stato geme sotto la pressione fiscale; sa molto di NO TAXATION WITHOUT RAPPRESENTATION o di rivoluzione francese (anche se alla fine la monarchia è più forte di prima)
  • non è il principe a sciogliere l’incantesimo baciando Biancaneve; è l’esatto contrario!
  • i 7nani sono “bandits”, fuorilegge paciocconi (alla fine, dopo il balletto INDIA-STYLE, vedremo come si sono reinseriti nella società, ciascuno a modo suo)
  • non riconoscete l’attore che interpreta il cortigiano Brighton, quello che porta il cuore di Biancaneve alla Regina (in realtà sono salsicce comprate dal macellaio)? Tranquilli. Dopo vi dico chi è.

SECONDA CONSIDERAZIONE. Non occorre chiamarsi Sigmund Freud per sapere che la “matrigna” che odia la “figliastra” è solo un eufemismo.

In realtà questo mito (parallelo a quello di Edipo e Laio) risale al primordiale conflitto MADRE-FIGLIA.

Fatevi portare dalla macchina del tempo nel Neolitico (o anche prima) e osservate l’odio che la femmina adulta prova per la di lei figlia che ancora giovanissima attira le attenzioni dei maschi. E pensare che da poco tempo ha smesso di nutrirla e di pulirle il culo!

Alla fine, come insegna la favola, vince la figlia… (oggi naturalmente TUTTO E’ CAMBIATO: conosco cinquantenni che, grazie alla chirurgia estetica, sembrano -o credono di sembrare- adolescenti).

roberts
SIETE ANCORA QUI? E allora vi svelo il mistero: l’attore si chiama Nathan Lane, ottimo caratterista americano (era Bialystock, il furfantesco produttore, in THE PRODUCERS)

Published in: on aprile 8, 2012 at 2:55 pm  Comments (4)  
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LA CERTOSA DI PARMA

Romanzo di H. Beyle (in arte, Stendhal) pubblicato nel 1839.

Lo avevo letto al liceo (nel millennio scorso, quindi) e l’ho riletto con grande soddisfazione in questi pomeriggi piovosi sull’Altipiano.

Ovviamente l’adolescente che ero NON POTEVA che immedesimarsi nel protagonista Fabrizio, che fugge di casa a 17 anni per raggiungere Napoleone a Waterloo. ORA, analizzando meglio il personaggio, mi rendo conto che Fabrizio vale molto meno di quello che pensassi:

  • non sono le idee di libertà ed eguaglianza a spingerlo; degli ideali della rivoluzione capisce poco o niente; è attratto solo da confusi sogni di gloria militare e (passata la sbornia) è ben lieto di approfittare dei privilegi del suo rango e della protezione dell’affascinante zia Gina
  • mentre si prepara a diventare Arcivescovo frequenta donne di tutte le condizioni (in questo è molto democratico) e uccide un rivale geloso dei suoi successi; rimorso? macché…
  • diventato predicatore alla moda (vengono a sentirlo come se andassero a teatro) svela però alla bella Clelia che tutta la sua eloquenza è solo il mezzo per poterla vedere ogni giorno e possibilmente ogni notte
Ciò rispecchia il modo di pensare dell’autore. 
Stendhal, alla fine della sua avventurosa esistenza, era diventato un CINICO SNOB. Intuiva che il futuro era la democrazia americana, ma dichiarava di preferire il salotto di Talleyrand (pieno di arguzie e aristocratici sorrisetti) all’austerità di Washington.
Era letteralmente AFFASCINATO dalle piccole corti italiane (in cui trovava una continuità col tramontato mondo del ‘500) piene di intrighi, avvelenamenti, duelli per un puntiglio, principi, marchesi, duchi e duchesse, conti e contesse…
Lo affascinava soprattutto la sensualità delle donne italiane (le francesi gli sembravano fredde e bigotte). Per rendere l’idea ricordo il personaggio di Clelia: ha fatto voto di NON VEDERE più Fabrizio e mantiene fede al giuramento, nel senso che gli si concede solo di notte A LUCI SPENTE

Mi accorgo a questo punto che sto parlando come se tutti conoscessero già questo grande romanzo. Dunque sarà bene riassumere la TRAMA. Lo farò dopo le immagini (attenzione però: dovrò svelare il finale!).

Appartiene a nobile e antichissima famiglia lombarda (i Del Dongo sono in realtà i Borromeo) il giovane Fabrizio. Ma la sua nascita è irrimediabilmente marchiata: sua madre ha concesso le sue grazie a un valoroso soldato francese nel 1798. Ne consegue che Fabrizio non erediterà nulla dal ricchissimo zio e potrà sperare di far carriera solo come ecclesiastico.

Dopo uno sfortunato tentativo di partecipare alla gloria napoleonica, Fabrizio si rassegna: studia teologia a Napoli e si prepara a diventare arcivescovo di Parma. Nella sua arrampicata è appoggiato dalla zia (già due volte vedova) e dal cinico conte Mosca, ministro del principe Farnese (personaggio che allude scopertamente al duca Francesco IV di Modena) nonché amante della zia.

Dopo aver ucciso un attore, rivale in amore, viene condannato a 12 anni di carcere. Scarcerato grazie alle manovre del Conte (nel frattempo il Principe è stato avvelenato; da chi? indovina indovinello…) diventa il predicatore alla moda, in attesa di succedere al vecchio arcivescovo…

A questo punto, però, il romanzo era diventato troppo lungo. L’editore costrinse Stendhal a condensare tre anni in poche pagine. E a far morire (romanticamente, di dolore) i principali protagonisti.

L’unico superstite sarà il conte Mosca, triste ma ricchissimo (o, se preferite, ricchissimo ma triste).

DESCOLARIZZARE LA SOCIETA’ di Ivan Illich

Ogni tanto mi torna in mano questo volume. Lo rileggo sempre con interesse.

Mi ha aiutato a comprendere l’evoluzione del sistema scolastico negli ultimi 2 secoli, fino ad arrivare all’attuale SCUOLA DEI BUONI SENTIMENTI.

Prima però devo fare alcuni passi indietro, per prendere la rincorsa. Diciamo che da quando c’è civiltà c’è scuola: c’era nell’antico Egitto (“impara a scrivere, figliolo, e diventerai un rispettato scriba”) c’era nell’Atene di Pericle, c’era nel medioevo ecc.

Serviva a trasmettere le tecniche, i modelli culturali e lo stile delle generazioni precedenti. Non era per tutti. Chi non era in grado di apprendere era espulso dall’istituzione scolastica senza troppi complimenti.

Rivoluzione francese. Dall’ideale dell’UGUAGLIANZA deriva la scuola meritocratica: ai privilegi della nascita e del censo si deve sostituire un’ARISTOCRAZIA BASATA SUL MERITO.

Da cui i voti dall’Uno al Dieci, le verifiche, il foglio protocollo piegato in due, il registro, la pagella,  il diploma ecc. Insomma la scuola tradizionale come l’abbiamo conosciuta e come, formalmente, è ancora oggi.

Arrivano gli anni ’60 e io mi iscrivo a Pedagogia. Primo shock: dalla cattedra sento sminuire l’attendibilità dei Test sul Quoziente Intellettuale“molti alunni rispondono a casaccio, non sono motivati, ritengono (per diversi motivi) che la scuola e la società stessa non abbiano nulla di buono in serbo per loro…”

Poi arrivano LETTERA A UNA PROFESSORESSA, Fachinelli, Freire, Illich…

Per Illich la scuola è diventata una costosissima struttura, che ha come scopo la formazione di individui adatti e utili alla produzione industriale.

“La scuola è l’agenzia pubblicitaria che ti fa credere di avere bisogno della società così com’è”

Le teorie sovra esposte hanno influito sulle finalità della scuola pubblica italiana (e di molti altri paesi) con un risultato paradossale.

Inizialmente la scuola pubblica era MERITOCRATICA e si sforzava di selezionare gli alunni (ve le ricordate le solenni bocciature di qualche decennio fa? nella mia classe di liceo dei 39 che partirono in prima solo 9 arrivarono alla maturità senza ripetere almeno un anno). Al contrario, la scuola gestita dai religiosi si basava sui BUONI SENTIMENTI (fioretti, adorazione eucaristica, “il Vangelo ci insegna ad amare i poveri”, buona azione quotidiana ecc).

Adesso è proprio la scuola pubblica (abbandonata la meritocrazia) a basarsi sui buoni sentimenti. Infatti i FINI che si prefigge di fatto sono i seguenti:

  • permettere la socializzazione dei timidi e degli handicap diversamente abili
  • favorire una mentalità tollerante, multietnica e multiculturale
  • combattere il razzismo, il bullismo, le droghe, il tabagismo e l’alcoolismo
  • prevenire il disagio adolescenziale, l’anoressia e altre forme di malessere
  • evitare che la fragile psiche degli alunni sia traumatizzata dagli insuccessi scolastici, sostituendo le bocciature con i debiti formativi e gli esami di riparazione con brevissimi corsi di recupero.
E le scuole cattoliche? Per la verità non ne ho esperienze dirette, ma nutro il sospetto che il loro vero problema sia quello di far quadrare i bilanci e che degli ideali evangelici e dei buoni sentimenti in genere non gliene importi una beata cippa.

Published in: on maggio 14, 2011 at 3:22 pm  Comments (6)  
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MARIE ANTOINETTE, alias Kirsten Dunst

Ho rivisto Kirsten Dunst in un non memorabile film. Mi è tornata in mente la sua interpretazione di Marie Antoinette.

Aperta parentesi. Il film in questione si intitola Star System, se non ci sei non esisti. Commediola esile esile; forse a qualcuno può piacere. Somiglia un po’ a IL DIAVOLO VESTE PRADA (con Vanity Fair al posto di Vogue), ma vale senz’altro di meno. Chiusa parentesi.

Tornando a Marie Antoinette, cominciamo col dire che ai francesi non è piaciuto. Neanche un po’. La prima, a Cannes, venne sepolta dai fischi (poco male, successe anche al Barbiere di Siviglia e alla Traviata). A me invece il film è piaciuto.

Ma veniamo ai motivi per cui il film puo’ sembrare disgustoso:

  • gli attori sono quasi tutti americani (orrore!) o comunque non francesi (c’è anche Asia Argento, che fa la Du Barry); ovviamente è parlato in inglese;
  • l’ambientazione storica è ben curata, ma i francesi fanno la figura di snob stupidotti, superbietti, spesso corrotti e quasi sempre ubriachi;
  • PEGGIO, la Rivoluzione francese è vista senza alcuna simpatia. Luigi XVI è descritto come un buon diavolo (assolutamente inadatto a regnare, ma non così cattivo come dicevano), ancora meglio se la cava l’autrichienneSACRILEGIO!!! Ma si sa, ogni epoca ha i suoi dogmi e i suoi bigotti…

A ciò rispondo che questo film non pretende di essere un documentario storico. Sofia Coppola si è divertita un mondo a contaminare il passato con il presente: la protagonista è un’eterna adolescente, tra Lady Diana Spencer e Britney Spears, delusa dal mondo e in cerca di un briciolo di felicità; nelle feste ci si stordisce di musica rock; tra le centinaia di paia di scarpe rococò appaiono per un secondo (cercate sul DVD: 53′ 38″) UN PAIO DI SCARPE DA GINNASTICA dei nostri giorni.

In sintesi, NON E’ UN FILM DA PRENDERE SUL SERIO, ma non per questo è meno bello.

Una festa per gli occhi sono i costumi (Oscar a Milena Canonero, ma di lei mi occuperò in altra occasione) e le scene. Kirsten Dunst, Versailles e Shoenbrunn. La rigidità di Maria Teresa d’Austria e lo scostumato Luigi XV (mi ricorda qualcuno…), Mozart e l’Indipendenza degli Stati Uniti. Tutto frullato insieme.