LA SCOMPARSA DI PATO’ – dal romanzo al film

Andrea Camilleri non è un mostro di simpatia, ma scrive veramente bene.

Nell’anno giubilare 2000 il Camilleri ha scritto un vero capolavoro, il cui complicatissimo intreccio riassumerò dopo l’immagine. Soltanto 12 anni dopo fu realizzato un film che ieri sera ho visto in tv.

Ci sarebbe da dire che il cinema italiesco (a differenza della tv) non ama Camilleri. Ma il tema è complesso e oggi non ho lo sbattimento di approfondire.

Magari la prossima volta.
pat

IL ROMANZO. Fine Ottocento a Vigàta. La sera del Venerdì Santo si rappresenta la Passione. A un certo punto il bancario rag. Patò (che impersona Giuda) si impicca. Applausi e insulti: “Traditore!!! Infame!! Fetuso!! Vai all’inferno!!!” Ma quella sera Patò non torna a casa e la mattina seguente la moglie ne denuncia la scomparsa alle autorità di polizia.

Sui muri di Vigàta una scritta naturalmente anonima: Murì Patò o s’ammucciò? (Patò è morto o se l’è svignata?)

Carabinieri e poliziotti, pur non amandosi, collaborano e giungono a una conclusione imbarazzante.

IL FILM. Lo schema iniziale è lo stesso, ma ci sono notevoli differenze nel finale. Naturalmente non ve le racconto. Vi dico solo che ci lavorano attori di gran classe: il duo Frassica-Casagrande (nella foto iniziale), Neri Marcoré, Flavio Bucci, Roberto Herlitzka, Gilberto Idonea, Guia Jelo, Simona Marchini eccetera (gli eccetera non si offendano se non ho messo la foto)
buccinerimherli

Concludo (ma tornerò sul tema Camilleri-e-il-cinema) chiedendovi se avete visto il rag. Patò.

La mafia locale lo sta cercando.

paò

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Published in: on giugno 6, 2018 at 6:37 am  Lascia un commento  
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Tre film (un BAH e 2 AL DI SOPRA DEL BAH) all’inizio di Novembre

Comincerò con il BAH (senza infamia e senza lode)
due
Due amiche sulla 40ina e un Toyboy. Un po’ si ride (più per merito della signora Virzì che della poco espressiva Cortellesi) ma nell’insieme manca il ritmo, come succede spesso in storie scritte per il teatro. Molte battute, poca azione: l’ultima battuta (preferisco le zie!) va benissimo mentre scende il sipario, ma al cinema non funziona.
guerrblunt
Al di sopra del BAH classifico IN GUERRA PER AMORE e LA RAGAZZA DEL TRENO

IN GUERRA PER AMORE parte molto bene (lo sbarco degli Americani in Sicilia con la benedizione della Mafia; le statue della Madonna e del Duce in competizione tra loro ecc); poi si perde con gag non necessarie, come la “strana coppia” del Cieco e dello Zoppo; infine la tragica fine del tenente Catelli, che è simbolicamente il primo delitto (impunito) della Mafia post bellica; ho apprezzato la citazione di una famosa foto di Robert Capa.

capa
Come avevo scritto qui, il treno è il più cinematografico dei mezzi di trasporto (soprattutto se non va troppo veloce). Dai finestrini puoi vedere molte più cose di quelle che si possono vedere da un’auto e da un autobus. Se sei H. Bogart, P. Newman, Fernandel o J. Irons.

In questo caso a scrutare la realtà e i suoi lati nascosti è Emily Blunt. Pendolare e ottima osservatrice (quando non beve troppo), scopre che Megan non è la fedelissima moglie che tutti credono.

Conoscevo il romanzo e posso dirvi che la versione cinematografica è fedele. Siamo nei sobborghi di NYC e non di Londra, ma a essere uccisa è sempre Megan, ad opera di…. (stavolta non ve lo dico! vedetevi il film; merita)
train

Published in: on novembre 6, 2016 at 10:51 am  Comments (1)  
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a proposito di SPOTLIGHT… perché in Italia non facciamo film così?

Sabato sera a rivedere SPOTLIGHT (cinema Odeon, via Mascarella)
spot
Un gran bel film, anche se io avrei preferito oscarizzare REVENANT.

Comunque applaudo la scelta degli Accademici di premiare questa storia di giornalisti coraggiosi e tenaci.

E dunque… la domanda sorge spontanea. Perché questi film (su inchieste giornalistiche che non guardano in faccia a nessuno) sono così frequenti all’estero e da noi no?

Non mancano davvero gli argomenti per produrre storie di denunce e di altarini scoperti. Che ne dite, ad esempio, della misteriosa fine di Enrico Mattei? 

Una storiona: ci puoi mettere di tutto, dalla CIA alla mafia e ai generali golpisti dell’OAS.

All’estero avrebbe successo, magari se diamo la parte del protagonista a Sean Penn, o a Stanley Tucci o a Colin Firth… (non somigliano? kissenefrega! neanche H. Fonda somigliava al card Shuster, ma Lizzani ha voluto lui… senza un cast internazionale non vai avanti!)

Sì, all’estero un film sulla morte di Mattei piacerebbe. Ma qui, nel paese dei cachi?

Da noi una storia così interesserebbe una fetta esigua del pubblico. IL CASO MATTEI (Francesco Rosi, 1972) incassò pochissimo, nonostante la presenza di G. Maria Volontè. Se lo ripassassero in tv immagino avrebbe uno share molto basso.

Perché?

Forse all’italiesco medio non interessa la storia passata. Anzi, non interessa la verità.

Sarà che abbiamo sentito tante bugie nel passato…

Immaginate cosa direbbero gli italieschi se venissero pubblicati documenti inoppugnabili a conferma della surreale ipotesi di Eco? Che, cioè, Giuseppe Mazzini era un provocatore (al soldo della polizia austriaca) che fece di tutto per

  • organizzare sommosse inevitabilmente destinate al fallimento
  • uccidere Napoleone III per impedire l’intervento francese nel 1859

Direbbero (probabilmente): “c’importa una sega di Mazzini! E sui giornali vogliamo leggere solo nuovi modi per non pagare le tasse e se Albano si rimette con Romina!”

Published in: on aprile 4, 2016 at 2:07 pm  Comments (5)  
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Oggi vi parlerò di un film pericoloso. Bello, ma pericoloso. Se lo vedete potreste avere dei problemi. Poi non dite che non vi avevo avvisato…

  • Avete mai provato l’impulso di rompere le ossa a un idraulico disonesto?
  • Avete la tentazione di conciare per le feste un industriale che sta inquinando le acque della regione?
  • Se incontrate un bottegaio razzista che insulta la vostra nazione vi viene la fantasia di bruciargli il negozio?
  • Se uno stronzo vi fa dalle avances sentite che rompergli una racchetta da tennis in testa è cosa buona e giusta?

Ecco. Queste cose succedono in THE FAMILY (nella vers italiana, COSE NOSTRE – MALAVITA).

La famiglia Blake (naturalmente non è il loro vero nome) non ha freni inibitori: quando subiscono un torto QUASI SEMPRE passano al contrattacco. E comunque lo spettatore vede quello che farebbero se non fossero continuamente ammoniti dall’Agente Stansfield (Tommy Lee Jones) “Se vi fate troppo notare la banda del terribile don Mimino vi troverà…”

Ve li presento, se permettete.

Papà Fred (R. De Niro) ha dato molto lavoro ai becchini di New York prima di diventare un “collaboratore di giustizia”. Ormai è stanco della vita, ma si rianima quando gli chiedono di commentare GOODFELLAS (il film di Scorsese in cui De Niro era uno dei protagonisti).

Mamma Maggie (M. Pfeiffer) è una brava cuoca. Dovreste sentirla mentre conversa amabilmente con gli agenti FBI sui vantaggi dell’olio d’oliva. Quando perde la pazienza, però, fa il vuoto intorno a sé.

Belle (D. Agron) ha solo 17 anni, ma promette bene. Rompe la testa a un molestatore e nella sparatoria finale contribuisce ad innalzare il tasso di mortalità in Francia

Warren (J. Di Leo) è il fratello più giovane. Appena arriva nella nuova scuola crea un piccolo racket sullo scambio delle figurine dei calciatori…

In sintesi, questa famiglia (per tacer del cane) è la versione moderna della famiglia Addams. Commettono atti disdicevoli, ma sono TANTO TANTO SIMPATICI.

Ecco perché vedere il film è pericolosissimo. Potrebbe destare emulazione.

Se lo vai a vedere e poi alcuni testimoni di Geova (che frequentavano la tua zona) vengono trasformati in cibo per gatti e l’amministratore del tuo condominio viene trovato cadavere in giardino i sospetti cadranno anzitutto su te.
malavita

Published in: on ottobre 25, 2013 at 12:10 pm  Comments (4)  
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GROSSE DIVERTIMENTEN kuando Aktoren DUREN interpretano Komedien

Premessa ASSOLUTAMENTE OFF-TOPIC. Con l’intento altruistico di favorire i maturandi che venderebbero l’anima a Mefistofele per sapere in anticipo le tracce dei temi della maturità, nel prossimo post elencherò i temi che non saranno assegnati. Così, per eliminazione, sarà tutto più facile…

Premesso ciò, vi rivelo un segreto.

Nella mia collezione divudesca c’è un solo film interpretato da S. Stallone.

Rocky? Rambo? Cliffhanger? Dredd?

Niente di tutto ciò.

E’ una commedia spassosa, in cui Sly interpreta un boss della malavita, ovviamente italoamericano.

Se proprio ci tenete a saperne di più, potete leggere DOPO LE IMMAGINI.

Prima, però, ci tengo a enunciare una LEGGE scientifica.

  • il pubblico degli adolescenti dei giovani (12-25 anni) che affolla le sale VUOLE IL PICCHIA PICCHIA SPARA SPARA; perciò i vari Schwarzcomesichiama, StallonVandammDiesel ecc diventano famosi in ruoli picchiammazza picchiammazza (predator, commando, terminator, rambo e via così); ma in realtà, credete a me, non desiderano altro che ruoli COMICI o almeno da comedian.

Prova ne sia che Arnold Schwarzinsommalui si è divertito di più a interpretare UNA PROMESSA E’ UNA PROMESSA e I GEMELLI che tante vaccate muscolari.

Lo stesso vale per Vincenzo Gasolio Diesel. Ha dato il meglio di sé in MISSIONE TATA, dove il tenente Wolfe non solo si dimostra una perfetta Mary Poppins ma trova anche l’amore (pensavate che i Navy Seals non avessero un cuore?).

Dopo le immagini, come promesso, vi parlerò di Angelo “Snaps” Provolone.

oscardabagno

schwarzy

OSCAR, UN FIDANZATO PER DUE FIGLIE (di J. Landis, 1991) è il remake di un film francese. Ma con molto pepe in più.

TRAMA ESSENZIALE. Provolone ha giurato al padre morente di abbandonare il crimine e diventare onesto. Si associa ad alcuni banchieri (che cercano di fregarlo), scopre di avere due figlie (gliene bastava una) e rischia di essere arrestato per reati che non ha commesso.

Alla fine le figlie si sposano felicemente e Provolone ritorna “in affari”. Rivolti gli occhi al cielo, sospira: “Scusa, papà, io ci ho provato… ma i banchieri sono peggio dei ladri e dei mafiosi…”

NON è un film di eccelsa qualità, d’accordo. Ma lo vedo sempre volentieri. Se non altro per gli interpreti secondari: Kirk Douglas, Don Ameche, Chazz Palminteri, Marisa Tomei e Ornella Muti (la moglie di Provolone), che ha poche battute e riesce (udite, udite!) a non sbagliarle.

Non solo Montalbano (in allegato, novità nel TORNEO DELLE TRILOGIE)

Andrea Camilleri non è un mostro di simpatia, ma scrive veramente bene.

Segnalo, a chi non li conosce, un racconto (IL GIUDICE SURRA) e un romanzo breve (L’INTERMITTENZA) che mi hanno tenuto compagnia in un pomeriggio piovoso sull’altipiano.

Cominciamo dal racconto (35 pagine) contenuto in GIUDICI, Einaudi edit.

Chi è Surra, giudice torinese (di origine sarda) che si ritrova nella Sicilia del 1861 a ristabilire la legalità dopo l’unificazione italiana?

E’ un ingenuo, che non conosce i rituali mafiosi (gli mandano una testa d’agnello mozzata e lui non batte ciglio, non sapendo cosa rischia) e quasi senza accorgersene sconfigge la malavita?

O è un eroe, capace di sfidare la morte e di sottrarsi alla corruzione e alle connivenze dei politici (non perdetevi il colloquio col sibillino sen. Midulla)?

La VOX POPULI propende per la seconda ipotesi: “pari un omo da nenti, ma devi aviri cabasisi di acciaro timpirato!”

(occorre spiegare che i CABASISI non sono i datteri?)
giudici
Nel romanzo L’INTERMITTENZA (Mondadori ed.) la Sicilia non c’è. Tutto si svolge tra Milano, Roma e Capri, in un intreccio di affari, politica e corna. Mauro de Blasi, il protagonista, è uno squaletto che sale sempre più in alto.

Soltanto le due ultime parole dell’ultima riga sciolgono tutti i nodi con un raggelante predicato verbale.camilleri

Non è un romanzo perfetto, ma l’ho letto provando un autentico piacere. Anche per le poesie d’amore (da Ungaretti a D’Annunzio e a Neruda) che vengono frequentemente citate.

Cambiamo discorso.

Nel Torneo delle Trilogie avevo insistito sulla clausola STESSO REGISTA. Ma ho cambiato idea.

Perciò, ringraziando Cecilia per avermi ispirato, propongo un derby italiano tra:

  • la trilogia AMICI MIEI (1975-1985), di Monicelli (i primi due) e Nanni Loy.
  • la serie PANE, AMORE… (1953-1955), di Comencini e Dino Risi (l’ultimo dei 3)

Nel post prossimo venturo le analogie e le differenze tra le due trilogie saranno messe sotto il microscopio.

DRIVE, by Nicolas W. Refn

Mercoledì c’è lo sconto, il che riempie un po’ la sala Arlecchino (negli altri giorni malinconicamente deserta).

Eravamo incerti se vedere I PUFFI (il più melenso in circolazione) o DRIVE (il più tosto). Una volta tanto, ha prevalso il mio parere.

Forse per l’assonanza, questo bel “crime drama” mi ha fatto tornare in mente TAXI DRIVER (ve lo ricordate De Niro da giovane?). Solo che in confronto alla carneficina di questo film, Taxidriver sembra la favola di Biancaneve.

Qualche analogia c’è, comunque, tra il taxi-driver Deniro e il driver-senza-taxi Gosling.

  • il Taxidriver non è uno stinco di santo; a parte la deplorevole sessomania, fa fuori tre malavitosi (o 4? non ricordo bene); ma ha una valida attenuante: il VIETNAM, dove ha imparato a uccidere…
  • il Driversenzataxi non si sa dove ha imparato (nella CIA?), ma è senza dubbio un GENIO della strategia e della tattica militare: nella scena iniziale il suo stratagemma per sfuggire alla polizia è GENIALE (e io mi chiedevo perché la partita dei LA Clippers l’interessasse tanto!); segue una mattanza in cui vengono sterminati non so più quanti mafiosi (e ciascuno in modo diverso: spettacolare il colpo di grazia al boss Nino, annegato nell’Oceano)
  • e poi c’è l’amore! la tenerezza dell’eroe ammazzammazza per la fanciulla debole e maltrattata; taxidriver si intenerisce per una babyprostituta; driversenzataxi per una vicina di casa con bimbo a carico (a cui i picciotti hanno regalato un proiettile: bimbo avvisato mezzo salvato)

Primo dubbio. In California non c’è l’obbligo della cintura? Eccheccavolo: driver,mamma e bimbo vanno a spasso SENZA CINTURE!!!!

Apro una parentesi sul primattore e sulla primattrice. Lui è Ryan Gosling. Già visto in ruoli da comedian in Le pagine della nostra vita e Crazy stupid love… Vabbè, non sono pietre miliari della storia del cinema, ma anche Clark Gable non cominciò con dei capolavori. Lei è la londinese Carey Mulligan. Me la ricordavo come una delle sorelle Bennet (Kitty, per la precisione), come protagonista in An Education e come la figlia di Ghekko in Wall Street – il denaro non dorme mai. Ha un bel faccino e il regista le regala molti primi piani. Chiusa parentesi.

Dubbio finale. Secondo mia moglie Lui sopravviverà (essendosi fermata l’emorragia) e magari un giorno tornerà da Lei. Che romanticona mia moglie.

Secondo me Lui muore. Una coltellata dal basso all’alto, ad opera di un boss espertissimo in coltellate, non può che essere letale.

Al massimo arriverà al solitario motel di Norman Bates.

refn

Baarìa

NON mi ha entusiasmato il filmone di Giuseppe Tornatore. Però bisogna vederlo e adesso vi spiego perché.

  1. si vedono sventolare tante bandiere rosse (e senza poi doversene vergognare: con buona pace di Berlusconi, il protagonista continua ad essere comunista anche dopo aver visto che l’URSS è un orrore) e la scena in cui il corteo percorre solennemente la via principale di Bagheria portando il lutto per la strage di Portella della Ginestra vale da sola il biglietto
  2. è una grande realizzazione, non un filmetto girato in tre settimane, e con un battaglione di grandi attori: Gullotta, Michele Placido, Gabriele Lavia, Angela Molina, Lina Sastri, Paolo Briguglia, Aldo Baglio, Faletti, ecc
  3. viene trasmesso agli spettatori un messaggio positivo, sostanzialmente ottimista: passano i guai (il fascismo, la guerra, le calamità naturali) ma la vita continua con la sua energia primigenia, e i vecchi trasmettono ai giovani la loro eredità spirituale e i loro valori (se li hanno, i valori; altrimenti i figli saranno bastardi come “i loro cornutissimi padri”)

Difetti:

  • è oggettivamente pletorico; ci sono troppe cose e Tornatore non ha la grazia creativa di Fellini (che in Amarcord fece coesistere farsa e tragedia con una maestria insuperabile); era proprio necessaria la scena del macello? e il saccheggio del municipio e delle scuole nel 1943 (realmente avvenuto, mi sono documentato) era indispensabile? visto che ci sarà un’edizione televisiva (come per i Vicerè, solo che stavolta sarà Canale 5…) non si poteva montare il film senza i soprannominati episodi, lasciandoli alla versione tv?
  • i due protagonisti sono troppo belli e troppo longilinei per essere credibili; in particolare Margareth Madè resta quasi perfetta anche dopo 5 gravidanze! (anzi 6, perchè la prima finisce male) Non si poteva truccarla meglio? Evidentemente il mercato internazionale (a cui Baarìa vuol arrivare) vuole delle facce da fotomodelli, non dei bravi attori…

Quanto alla questione linguistica (meglio il dialetto italianizzato o il dialetto stretto con i sottotitoli) non posso pronunciarmi per palese incompetenza.

A quanto sostiene Serafino Scorsone, l’impatto sonoro del dialetto bagherese stretto è incomparabile. Aspetterò il DVD.

E comunque, visto che Baarìa rappresenterà il cinema italiano alla gare degli Oscar, in bocca al lupone!

Published in: on ottobre 1, 2009 at 3:23 pm  Comments (6)  
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IL GIORNO DELLA CIVETTA, il romanzo e il film

Scritto nel 1961 da Leonardo Sciascia e ispirato a fatti realmente avvenuti, IL GIORNO DELLA CIVETTA è un vero capolavoro di letteratura poliziesca. C’è un delitto alla prima pagina (a cui se ne aggiunge subito un secondo, “uno che sapeva troppo”), segue una dettagliata indagine… e i colpevoli restano impuniti.

TRAMA ESSENZIALE. Viene ucciso un piccolo (anzi piccolissimo) imprenditore che rifiutava di pagare il pizzo. I carabinieri (guidati dall’energico capitano Bellodi) riescono, grazie alla soffiata di un confidente, a far confessare gli esecutori materiali e ad arrestare il mandante, il capomafia Mariano Arena. Ma quest’ultimo ha “santi in paradiso”. Si muove il Ministro degli Interni e Bellodi si vede togliere il caso. Alla fine della storia cammina per le strade di Parma insieme a un amico. Sa che tutti gli indagati sono stati rimessi in libertà, ma non è rassegnato: tornerà in Sicilia.

Particolarmente istruttiva è la figura del “confidente”. Calogero Dibella, detto Parrinieddu, è un malavitoso, ammanicato con le cosche, ma passa ogni tanto informazioni preziosissime ai carabinieri.

Ad un certo punto si accorge di aver parlato troppo: gli “amici” hanno decretato la sua morte e gli ultimi giorni della sua vita sono descritti come una via crucis di ansie, ripensamenti, trasalimenti e disperazione. Due colpi di pistola alle spalle gli daranno l’eterna pace.

Altrettanto ben descritta è la figura del vecchio mafioso Mariano Arena. Interrogato dal cap. Bellodi, don Mariano delinea con massime lapidarie la sua “filosofia”: non c’è altra verità che la morte, l’umanità è “una bella parola piena di vento”, uccidere un uomo è difficile perché è difficile trovare un vero uomo.

Apro parentesi. Qualche anno fa avevo proposto questo romanzo alle alunne e agli alunni di terza per il gioco di BOOKLAND. Lo hanno letto, ma non è piaciuto a nessuno. I giovani non ce la fanno a digerire il finale: la legge italiana sconfitta dal potere mafioso. Chiusa la parentesi.

Giriamo pagina, parliamo della versione cinematografica.

Diretto da Damiano Damiani nel 1968, il film si prende (come sempre in questi casi) molte libertà.

  • L’omicidio iniziale avviene in aperta campagna e non nella piazza, davanti a tutti. Forse perchè le scene di massa sono difficili e costose (bisogna pagare le comparse…), forse perché il romanzo descriveva impietosamente il fenomeno dell’omertà siciliana.
  • L’appoggiarsi di don Mariano Arena al partito della Democrazia Cristiana (che Sciascia lasciava capire solo per indizi) è sottolineato esplicitamente.
  • Viene gonfiata (comprensibilmente, al cinema ci vogliono sempre ruoli femminili) la parte di una “vedova di mafia” (che nel romanzo occupava poche pagine) affidandola a Claudia Cardinale.

Bel film, comunque, e ben recitato. Bellodi ha gli occhi azzurri di Franco Nero, Parrinieddu è interpretato da quel grande attore che era Serge Reggiani, don Mariano Arena è Lee j. Cobb, specializzato in ruoli da gangster. Ascoltarlo mentre parla con Bellodi di “quella grande assurdità che è la vita” dà i brividi. Anche perchè è doppiato da Corrado Gaipa, lo stesso che aveva qualche anno prima doppiato Burt Lancaster nel Gattopardo.

Adesso, se fate i bravi, ve ne faccio vedere un pezzetto.

perché c’è tanta polizia nelle fiction televisive?

Da Maigret a Montalbano, da Derrick al Maresciallo Rocca, dal tenente Colombo all’ispettore Barnaby, passando per squadre di polizia, RIS, CSI, The Discrict, Texas Rangers, il commissario Rex e Raul Bova (improbabile agente dei servizi di Intelligence). C’è il crimine e dall’altra parte i tutori della legge che investigano, smascherano e spiegano.

La giustizia trionfa. SEMPRE.

Nella realtà non è così, lo sappiamo. La maggior parte dei crimini resta impunita, dal furto dei motorini ai delitti della mafia.

Non sapremo mai chi era veramente Jack lo Squartatore, come sono andate le cose quando uccisero John Kennedy… 

e Mattei? e Sindona? e Ustica? Delitti impuniti.

PROPRIO PER QUESTO piacciono tanto queste fiction poliziesche, queste “finzioni” in cui alla fine i birbaccioni sono sempre sconfitti.

NON CI RASSEGNAMO a vivere in un mondo in cui l’arbitrio, la disonestà e la sopraffazione trionfano. ABBIAMO FAME E SETE DI GIUSTIZIA.

Vogliamo che il crimine e l’ipocrisia siano sconfitti dall’intelligentone/intelligentona di turno. 

Almeno in TV.

POST SCRIPTUM (postato alle 22.00) Per essere precisi, qualche volta la polizia riesce nel suo intento: qualche mafioso viene arrestato, qualche apparato criminale viene smantellato, ecc… Per lo più, ciò avviene grazie a un’antica istituzione, chiamata “soffiata“, cioè alle informazioni che provengono da confidenti (categoria in cui regnano l’ambiguità e il doppiogioco, ma comunque indispensabile…) o da criminali veri e propri (desiderosi di eliminare la concorrenza).

Per capire bene certe situazioni vi consiglio di leggere e rileggere un famoso romanzo di Leonardo Sciascia, IL GIORNO DELLA CIVETTA.

Al quale romanzo (e al film che ne fu tratto nel 1968) dedicherò presto un post.