a proposito di SPOTLIGHT… perché in Italia non facciamo film così?

Sabato sera a rivedere SPOTLIGHT (cinema Odeon, via Mascarella)
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Un gran bel film, anche se io avrei preferito oscarizzare REVENANT.

Comunque applaudo la scelta degli Accademici di premiare questa storia di giornalisti coraggiosi e tenaci.

E dunque… la domanda sorge spontanea. Perché questi film (su inchieste giornalistiche che non guardano in faccia a nessuno) sono così frequenti all’estero e da noi no?

Non mancano davvero gli argomenti per produrre storie di denunce e di altarini scoperti. Che ne dite, ad esempio, della misteriosa fine di Enrico Mattei? 

Una storiona: ci puoi mettere di tutto, dalla CIA alla mafia e ai generali golpisti dell’OAS.

All’estero avrebbe successo, magari se diamo la parte del protagonista a Sean Penn, o a Stanley Tucci o a Colin Firth… (non somigliano? kissenefrega! neanche H. Fonda somigliava al card Shuster, ma Lizzani ha voluto lui… senza un cast internazionale non vai avanti!)

Sì, all’estero un film sulla morte di Mattei piacerebbe. Ma qui, nel paese dei cachi?

Da noi una storia così interesserebbe una fetta esigua del pubblico. IL CASO MATTEI (Francesco Rosi, 1972) incassò pochissimo, nonostante la presenza di G. Maria Volontè. Se lo ripassassero in tv immagino avrebbe uno share molto basso.

Perché?

Forse all’italiesco medio non interessa la storia passata. Anzi, non interessa la verità.

Sarà che abbiamo sentito tante bugie nel passato…

Immaginate cosa direbbero gli italieschi se venissero pubblicati documenti inoppugnabili a conferma della surreale ipotesi di Eco? Che, cioè, Giuseppe Mazzini era un provocatore (al soldo della polizia austriaca) che fece di tutto per

  • organizzare sommosse inevitabilmente destinate al fallimento
  • uccidere Napoleone III per impedire l’intervento francese nel 1859

Direbbero (probabilmente): “c’importa una sega di Mazzini! E sui giornali vogliamo leggere solo nuovi modi per non pagare le tasse e se Albano si rimette con Romina!”

Published in: on aprile 4, 2016 at 2:07 pm  Comments (5)  
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perché c’è tanta polizia nelle fiction televisive?

Da Maigret a Montalbano, da Derrick al Maresciallo Rocca, dal tenente Colombo all’ispettore Barnaby, passando per squadre di polizia, RIS, CSI, The Discrict, Texas Rangers, il commissario Rex e Raul Bova (improbabile agente dei servizi di Intelligence). C’è il crimine e dall’altra parte i tutori della legge che investigano, smascherano e spiegano.

La giustizia trionfa. SEMPRE.

Nella realtà non è così, lo sappiamo. La maggior parte dei crimini resta impunita, dal furto dei motorini ai delitti della mafia.

Non sapremo mai chi era veramente Jack lo Squartatore, come sono andate le cose quando uccisero John Kennedy… 

e Mattei? e Sindona? e Ustica? Delitti impuniti.

PROPRIO PER QUESTO piacciono tanto queste fiction poliziesche, queste “finzioni” in cui alla fine i birbaccioni sono sempre sconfitti.

NON CI RASSEGNAMO a vivere in un mondo in cui l’arbitrio, la disonestà e la sopraffazione trionfano. ABBIAMO FAME E SETE DI GIUSTIZIA.

Vogliamo che il crimine e l’ipocrisia siano sconfitti dall’intelligentone/intelligentona di turno. 

Almeno in TV.

POST SCRIPTUM (postato alle 22.00) Per essere precisi, qualche volta la polizia riesce nel suo intento: qualche mafioso viene arrestato, qualche apparato criminale viene smantellato, ecc… Per lo più, ciò avviene grazie a un’antica istituzione, chiamata “soffiata“, cioè alle informazioni che provengono da confidenti (categoria in cui regnano l’ambiguità e il doppiogioco, ma comunque indispensabile…) o da criminali veri e propri (desiderosi di eliminare la concorrenza).

Per capire bene certe situazioni vi consiglio di leggere e rileggere un famoso romanzo di Leonardo Sciascia, IL GIORNO DELLA CIVETTA.

Al quale romanzo (e al film che ne fu tratto nel 1968) dedicherò presto un post.