IL TALLONE DI FERRO

Romanzo di Jack London, scritto nel 1907. Ripubblicato da Feltrinelli nel 2004.

Avis, vedova dell’agitatore socialista Ernest Everhard, racconta in prima persona di come lo conobbe e lo sposò. Ernest, diventato uno dei dirigenti del Partito Socialista Americano, è prima blandito e poi dichiarato fuorilegge dai capi dell’industria e dell’establishment politico e militare. Dopo aver organizzato una grande rivolta operaia a Chicago, Ernest viene ucciso dalle Centurie Nere (braccio armato della reazione), il suo cadavere scompare e persino il suo ricordo viene infangato da velenose calunnie. Avis cerca di difendere la memoria di Ernest, ma… il romanzo si interrompe di colpo! Probabilmente anche lei è stata uccisa.

Dalle note che accompagnano la narrazione IL LETTORE CAPISCE che questi avvenimenti appartengono a un lontano passato, ai SECOLI DELLO SFRUTTAMENTO, dopo i quali è iniziata la nuova era, L’ERA DELLA FRATELLANZA TRA GLI UOMINI.

Non è uno dei capolavori di Jack London (i personaggi sono spesso poco credibili, con una psicologia piuttosto rozza), ma c’è molto materiale per riflettere.

Come commentò Leone Trotszky, a cui questo romanzo era molto caro, la prima mossa dei controrivoluzionari è quella di spaccare il fronte dei lavoratori, concedendo aumenti salariali e normativi alle categorie privilegiate (ferrovieri, metalmeccanici, bancari e postelegrafonici). Poi di infiltrare nella protesta degli esclusi (il “popolo dell’abisso”) dei provocatori, sedicenti anarchici che organizzando attentati e sabotaggi provocano una spietata reazione.

Al lettore sono poi riservate alcune sorprese. Jack London immagina, scrivendo nel 1907, che la Grande Guerra sarebbe iniziata nel 1913 con un attacco di sorpresa della flotta tedesca a Honolulu. Basta spostare il 1913 al 1941 e sostituire i tedeschi…

E compaiono personaggi realmente attivi nella politica americana. Come il presidente Theodor Roosevelt, come W. R. Hearst (quello di Quarto potere, per capirci), di cui si dice che distrusse il Partito Democratico con la sua megalomania (era quello che London temeva e fortunatamente non si verificò) e come il vescovo Latimer. A quest’ultimo il romanzo riserva una triste fine: Latimer si unisce ai socialisti, per cui viene dichiarato pazzo e rinchiuso in manicomio.

Published in: on gennaio 1, 2009 at 11:32 pm  Comments (2)  
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