ha vinto il migliore?

Considerazione di cui si può tranquillamente fare a meno.

Leggo trionfali notizie sui successi del cinema italiano. Dei dieci maggiori incassi della stagione 2010/11 OTTO riguardano commedie italiane. Solo Harry Potter e Shrek rappresentano il cinema angloamericano nella TOP TEN (rispettivamente al 5° e 6° posto).

Tornerò sull’argomento quando la stagione sarà finita. Per il momento voglio solo far notare che dall’estero quest’anno non sono arrivate delle mega produzioni come in passato (Avatar, il Signore degli Anelli, Alice in Wonderland, i pirati dei caraibi, ecc)

Fine della considerazione di cui si può tranquillamente fare a meno.

Parliamo dell’Oscar di stanotte. IL DISCORSO DEL RE ha fatto il pieno.

Mi sembra giusto.

L’ho visto due volte, doppiato e in versione originale (al cinema Lumiere). Forse lo vedrò una terza volta e, ovviamente, comprerò il DVD.

Perché è piaciuto tanto?

  • per l’ottima recitazione del trio Firth-Rush-Bonhamcarter?
  • per i costumi, la colonna sonora, la fotografia?
  • per la TENEREZZA che fa il protagonista, re insicuro e complessato, ma DECISO a compiere il suo dovere?
  • per la simpatia che i giurati dell’Academy provano per l’Inghilterra?
  • varie ed eventuali?

Aggiungo che NON ho visto tutti i film in concorso. Ad esempio, non ho visto IL CIGNO NERO. Solo quando li avrò visti tutti potrò togliere il punto interrogativo dal titolo di questo post.


Published in: on febbraio 28, 2011 at 6:59 am  Comments (3)  
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Tre commedie a febbraio (il truffacuori, come lo sai, femmine contro maschi)

Commedia francese con un buon ritmo, IL TRUFFACUORI è recitata bene da Romain Duris e Vanessa Paradis (i due protagonisti, ma sono bravi anche i comprimari) e conduce gli spettatori da un divertente prologo tra le dune del Marocco a un finale (piuttosto prevedibile) in Costa Azzurra. Non è un film comico: si ride poco (a parte la gag del protagonista, specialista delle “lacrime a comando”, ma incapace di commuoversi l’unica volta che sarebbe necessario farlo).

COME LO SAI è un film del 2010 made in USA. Commovente il giusto, ha delle divertenti trovate (come la terapia psicoanalitica più breve della storia) che strappano qualche risata alla platea. Irresistibile la scena nel reparto maternità.

Ma c’è anche il dramma: la disoccupazione e i guai con la giustizia. Chi andrà in galera, Paul Rudd o Jack Nicholson? (che bello pensare che, in America, chi infrange la legge finisce DAVVERO in gattabuia).

FEMMINE CONTRO MASCHI rappresenta la commedia all’italiana. Più che commuovere, si cerca di far ridere. Ma è una comicità televisiva, alla Zelig, con il fiato corto.

Tre episodi: nel primo la Littizzetto “riformatta” il marito che ha battuto la testa, nel secondo Bisio e la Brilli devono fingere di non essersi lasciati per evitare un infarto all’80enne Wilma De Angelis, nel terzo Ficarra&Picone ingannano le rispettive mogli (ma le bugie hanno le gambe corte) per amore dei Beatles.

Do la sufficienza (ampia) ai primi due film.

6 meno (per carità di patria) a quello italiano.

Published in: on febbraio 21, 2011 at 10:50 am  Comments (1)  
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Che ci fa zio Paperone a Little Boston?

Ieri sera in TV passavano due film notevolissimi:

  • BARRY LINDON (canale IRIS)
  • IL PETROLIERE (There will be blood)

Di Barry Lindon mi sono già occupato.

Del film di Anderson (bellissimo, ma crudele) voglio dire qualcosa adesso, spiegando cosa c’entra Zio Paperone. Infatti non riesco a rivedere il protagonista del film (interpretato dal segaligno Daniel Day-Lewis, che ha beccato un Oscar per questa performance) senza pensare al personaggio dei fumetti, in eterna competizione con la Banda Bassotti e con Rockerduck.

Al posto dell’oro del Klondike c’è il petrolio di Little Boston (California). Al posto di Rockerduck c’è la Standard Oil (la “Esso”). Ma questo ” petroliere” è un Paperone VERAMENTE CATTIVO: è un BASTARDO AL CUBO dalle mani insanguinate, ipocrita e vendicativo, che sfrutta cinicamente la faccia pulita del figlio adottivo (sintesi di Paperino, Qui, Quo e Qua) per fregare i contadini e il pastore Eli.

E il sangue che scorre nel titolo originale è appunto quello di Eli, rovinato dalla crisi del 1929 e ucciso nel tremendo finale dal Petroliere, ormai stramiliardario.

Sangue che nei fumetti non c’è. Ma c’è nella realtà del capitalismo.

Eccome se c’è.

P.S. Se qualcuno vi chiede da dove viene il tema del film, la parola d’ordine è Brahms…

Published in: on febbraio 17, 2011 at 8:42 pm  Comments (5)  
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Cabaret (1972)

Premessa assolutamente irrilevante.

Nelle commedie italiane degli ultimi anni c’è sempre una nonna che muore. Muore Valeria Fabrizi in NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI, muore Piera Degli Esposti in GENITORI E FIGLI, muore Wilma DeAngelis in FEMMINE CONTRO MASCHI. Quale sarà il prossimo nonnicidio?

Fine della premessa assolutamente irrilevante.

CABARET è una pagina indimenticabile nella storia del cinema. Manca il lieto fine (fino a quel momento un film musicale DOVEVA finir bene) e anzi il film è pervaso da un senso cupo di fine-del-mondo.

Sally (Liza Minnelli) non sposerà il giovane Brian, anzi dichiara che rimarrà a Berlino finché l’alcool e la droga la distruggeranno. E su tutta la storia incombe la tragedia del nazismo.

Ma (in questa funerea cornice) lo spettatore resta incantato dalle canzoni e dai “numeri” del cabaret. Alcuni sono diventati classici, come “Money, money, money!” o “Willkommen in Cabaret”.

Un episodio mi ha particolarmente colpito. I protagonisti sostano in un’osteria di campagna e si sente cantare un giovane, una specie di boy scout. All’inizio viene inquadrata solo la faccia (dopo ci accorgeremo dell’uniforme della Hitlerjugend) e si percepisce solo la dolcezza della melodia; poi il lied coinvolge uno ad uno tutti i presenti che cantano in coro “Der morgige Tag ist mein”. Solo un vecchio dall’aria triste rimane seduto e silenzioso: lui sa che si comincia col cantare in coro e si finisce col marciare con un elmetto…

N.B. Se osservate il labiale, vi accorgete che il giovane canta in inglese “Tomorrow belongs to me”: agli americani riesce difficile ascoltare una canzone in una lingua straniera.

Ma nell’edizione italiana la canzone è doppiata in tedesco. Meno male: sarebbe stata una solenne bischerata sentire i tedeschi cantare in coro una canzone inglese.

Published in: on febbraio 15, 2011 at 7:35 pm  Comments (4)  
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Cosa vedrò nelle prossime 5 sere

Quello che penso del Sanremofestival l’ho già detto

http://un-paio-di-uova-fritte.blog.kataweb.it/2011/01/22/100-motivi-per-non-pagare-il-canone-rai/

Le prossime serate saranno ottime per andare al cinema (poca fila alle casse, meno casino in sala). Ci sono dei buoni film in giro: ad esempio mi hanno parlato bene de IL TRUFFACUORI. Lo vedrò, lo vedrò…

Per chi non può uscire di casa (influenza, colite, caviglie fratturate, ecc) suggerisco qualche DVD, sera per sera:

  • martedì 15, LA MIA AFRICA di Sidney Pollack o (per chi ama i film musicali) CABARET di Bob Fosse
  • mercoledì 16, PROVACI ANCORA SAM (Woody Allen) o ALL THAT JAZZ (sempre Bob Fosse)
  • giovedì 17, IL CONCERTO (Radu Mihaileanu) o CANTANDO SOTTO LA PIOGGIA (Stanley Dohen)
  • venerdì 18, APOCALYPSE NOW (F. F. Coppola) o RADIO AMERICA (Robert Altman)
  • sabato 19, A QUALCUNO PIACE CALDO (Billy Wilder) o MY FAIR LADY (George Cukor)

N.B. Ho citato i primi titoli che il mio sguardo ha individuato nello scaffale “internazionale” (italiani esclusi). Chiedo scusa per errori e omissioni.

Le vite degli altri

Ieri sera il-miglior-presidente-del-consiglio-degli-ultimi-150-anni ha inveito contro le intercettazioni telefoniche che hanno provocato la sua incriminazione.

In particolare ha citato i sistemi della DDR. Probabilmente ha visto il film LE VITE DEGLI ALTRI, diretto da Von Donnersmarck nel 2007 e premiato dall’Oscar.

Forse il Casanova di Arcore l’ha visto frettolosamente (ha tante cose da fare…) e non ha notato che le intercettazioni del film riguardavano CRITICHE AL REGIME e non episodi di prostituzione minorile.

Per chiarire meglio, allego alcune scene del film.


I viaggi di Gulliver

Sugli schermi si proietta un’americanata ispirata dal romanzo di J. Swift.

Chi l’ha visto mi ha riferito che occorre l’età mentale di 10 anni per apprezzarlo. Perciò non andrò a vederlo.

In compenso mi sono riletto il romanzo, scritto nel 1726 da un vicario anglicano misantropo, affetto da mania di persecuzione e che non amava i bambini.

Paradossalmente “Gulliver’s Travels” è considerato una storia per bambini. In realtà il Viaggio a Lilliput è una sarcastica descrizione della Gran Bretagna e delle sue guerre con la Francia. La monarchia e l’aristocrazia sono sbeffeggiate, i partiti politici giudicati consorterie di arrivisti senza scrupoli (i conservatori di Lilliput sono i “Tacchialti” e si contrappongono ai liberali, i “Tacchibassi”), le controversie religiose ridicolizzate (ci si scanna tra Partegrossiani e Partepiccoliani, per la controversa interpretazione di un detto del profeta Lustrog su come rompere il guscio delle uova sode) ecc.

Nei viaggi successivi il sarcasmo di Swift aumenta. A Brobdingnac il sovrano, informatosi sulle istituzioni e leggi inglesi, giunge alla conclusione che i compatrioti di Gulliver siano “la razza più perniciosa di insetti a cui la Natura abbia permesso di strisciare sulla faccia della Terra”.

Infine, nella terra dei Cavalli sapienti, la misantropia di Swift acquista caratteri cosmici.

Tutto il genere umano è coinvolto nello stesso disprezzo. Mentre il cavallo è un essere saggio, cortese e immune da aggressività, l’uomo è “un animale ripugnante e spregevole” crudele e vizioso, a cui “importa solo riempirsi la pancia e non la mente”.

Published in: on febbraio 10, 2011 at 4:01 pm  Comments (4)  
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Luci della città (1931)

Perfetta commistione di comicità e di sentimento, alterna in 89 minuti gag nella miglior tradizione dello slapstick e momenti di intensa commozione.

TRAMA ESSENZIALE. Un vagabondo senza-un-soldo si invaghisce di una povera fioraia cieca. Riesce (a prezzo del carcere) a procurarsi i bigliettoni per mandarla in Europa a ritrovare la vista. Lei torna guarita e lo riconosce toccandogli la mano.

Per dare un’idea della comicità allego video di un incontro di boxe (uno dei tentativi di far soldi). Chaplin era un perfezionista e girò all’infinito questo match, chiedendo consigli a molti veri pugili.

Quanto al sentimento, rivedetevi il toccante finale del film, accompagnato da “La violetera” un celebre tango spagnolo.

Aggiungo un paio di particolari.

  • la fioraia fu interpretata da Virginia Cherrill, che non era un’attrice; era una giovane aristocratica di Chicago e dopo City Lights non fece più nulla nel cinema
  • nel 1931 tutto il mondo aveva adottato il sonoro, ma Chaplin si ostinò a realizzare un film muto (dopo questo venne Tempi moderni, quasi totalmente muto) e il pubblico lo premiò: LUCI DELLA CITTA’ fu un successone al botteghino, anche se non ebbe alcun oscar (sui difficili rapporti tra Chaplin e l’establishment di Hollywood posterò in futuro).
Published in: on febbraio 4, 2011 at 7:11 pm  Comments (5)  
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il discorso del re

Ovvero, come realizzare un signor film senza

  • scene di sesso (in quasi due ore di proiezione c’è un solo bacio, un castissimo bacio tra Helena Bonham Carter e Colin Firth)
  • mostri spaziali, licantropi, vampiri, zombies & affini
  • star di fama mondiale (gran parte del pubblico italiano non ha mai sentito parlare di Tom Hooper, a malapena conoscono la Bonham Carter)
  • comici dialettali, storie di corna e torte-in-faccia
  • adolescenti e/o quarantenni in crisi ormonale

La crisi la conosce invece il povero Bertie, Alberto il Balbuziente, costretto dalla crisi della dinastia Windsor a improvvisarsi Re. Ma non occorre nutrire simpatie per l’istituzione monarchica per “tifare” con tutta l’anima per questo spaurito nicotinadipendente.

TUTTI NOI che ci sentiamo inadeguati, insicuri, ansiosi, sfortunati TIFIAMO PER TE, BERTIE, nel commovente finale.

Concludo lodando l’ottima prova degli attori.

Potrebbe scapparci una tripletta di oscar per Colin Firth (formidabile), Geoffrey Rush (si sforza di recitare male nel provino shakespeariano; e questa volta non deve nascondere l’accento australiano) e la Bonham-Carter (non ha moltissime battute, ma non ne spreca una).

Adesso che ci penso, Rush ha sfiorato l’Oscar in SHAKESPEARE IN LOVE (era Henslowe, l’impresario senza soldi). Altri attori che ho riconosciuto:

    • Timothy Spall nelle vesti di W. Churchill (nell’Amleto di Branagh era Rosencrantz, in Harry Potter era Peter Minus)
    • Michael Gambon (Albus Dumbledore, preside di Hogwarts), il vecchio Re che pronuncia la battuta chiave del film: “In passato ai sovrani bastava non cadere da cavallo, ora dobbiamo essere degli attori!”

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