la befana riciclata

Questa notte mi sono ricordato che dovevo comprare i peperoni e sono andato dal pakistano di turno. Mentro ero per strada ho incontrato una strega.

Niente di strano, mi sono detto: è Halloween…

Ma mi sembrava una fisionomia nota. E poi quell’accento romanesco…

“MA TU SEI LA BEFANA! E COME SEI CAMBIATA!!!”

-Zitto, nun me rovinà! Me sò fatta la plastica per non essere riconosciuta! E ci ho speso una cifra, mortacci loro!!!-

-LASCIATI DIRE CHE STAI BENISSIMO! SEI UNO SCHIANTO!! MA PERCHE’….?-

-E’ il mercato, figlio mio! Come Befana non mi filava più nessuno! Adesso vanno di moda le donne vampiro, le streghe, gli zombi… Insomma, me sò riciclata! E vado fortissimo: mi vogliono in tutte le discoteche! Anzi, scusame tanto ma devo proprio annà…-

-MA DIMMI UN’ULTIMA COSA: NON SENTI UN PO’ DI NOSTALGIA PER LA GERLA DEI REGALI, PER IL CARBONE…-

-Neanche un po’, credimi! Ero diventata una babbiona dolciastra che non portava manco il carbone per non traumatizzare le creature! E pensa che io in origine ero proprio una stregacattiva: in Grecia mi chiamavano LAMIA e servivo a spaventare i bambini! “State bboni che sennò arriva Lamia e ve se magna!!!” Ma lassame annà che vado a fà un provino: forse ce rimedio una comparsata nel prossimo film di Tuailait!!!!-

A quel punto mi sono rigirato nel letto brontolando: “Che sogno scemo… lasciatemi dormire fino a fine Marzo, quando torna l’ora legale… io proprio non ci sto a vivere nell’illegalità…”

Published in: on ottobre 30, 2010 at 11:52 pm  Comments (2)  
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una bambina chiamata MOMO

Cominciamo dal romanzo.

Michael Ende scrisse MOMO nel 1972. Risiedeva a Genzano e nella “antica città” in cui si svolge l’azione è facilmente riconoscibile Roma.

La storia raccontata da Ende può essere letta semplicemente come FIABA: una bambina saggia e coraggiosa è minacciata dai Cattivi (i SIGNORI GRIGI), ma con l’aiuto di un Mago (MASTRO HORA) riesce ad annientarli.

Ma c’è un altro livello di lettura, di cui sono capaci lettrici/lettori dai 14 anni in su. Lo so perchè ho proposto MOMO per tanti anni nel gioco didattico BOOKLAND.

A questo livello, il romanzo diventa “filosofico”. I demoniaci SIGNORI GRIGI sono il simbolo del sistema alienante e frenetico in cui viviamo. Seducono i bambini con il consumismo (uno di loro regala a Momo una specie di super Barbie con annessi infiniti accessori, ma Momo rifiuta) e rovinano la vita degli adulti spingendoli a lavorare sempre più in fretta e in condizioni sempre più stressanti.

La misteriosa Banca del Tempo può essere quindi vista come metafora del capitalismo.

Nel film d’animazione MOMO ALLA CONQUISTA DEL TEMPO (2001) si rimane al livello fiabesco. Difatti è piaciuto a bambini molto piccoli, un po’ meno agli adolescenti, proprio per niente agli adulti.

Aggiungo, per concludere, che nel film il personaggio di Gigi Cicerone è notevolmente modificato per un motivo che (se proprio volete saperlo) ha a che fare con la pedofilia. Nel romanzo Gigi è un adulto (lavora come guida turistica, poi in televisione, dove i Signori Grigi neutralizzano il suo potenziale eversivo) MA NEL FILM Gigi dimostra 15 anni (che sia diventato un famoso autore di fiabe è alquanto improbabile, ma almeno il suo amore per Momo non fa pensar male).

Published in: on ottobre 28, 2010 at 11:29 am  Comments (4)  
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CATTIVISSIMO ME…

…è un film molto divertente.

Mentre tutta la platea del Capitol rideva da star male (e non perdetevi i titoli di coda!) mi chiedevo: perché in Italia non realizziamo cartoni così? Ci mancano disegnatori bravi come i francesi?

Intanto che ci pensate, riassumo la TRAMA.

Gru è un supercattivo (una specie di Arsenio Lupin del terzomillennio) che vuol dimostrare la propria genialità rubando la luna. Ma in fondo ha un cuore tenero e lo scoprirà con l’aiuto di tre orfanelle.

Ripeto, è un vero spasso: piace ai bambini da 4 anni in su e anche agli adulti, credetemi. Se non ridete a questo film avete una cambiale che vi scade domani o un appuntamento dal dentista.

Non è il massimo dell’originalità. I minions (i piccoli aiutanti gialli di Gru) ricordano gli UMPA LUMPA che Tim Burton ha utilizzato nella FABBRICA DI CIOCCOLATO e il dr.Nefario è un Archimede Pitagorico molto invecchiato.

MA PIACE LO STESSO.

Ritornando al quesito iniziale, AVANZO DUE IPOTESI:

  • disegnatori buoni ne abbiamo anche qui (ricordate Bruno Bozzetto e il suo WEST AND SODA?) ma NON abbiamo produttori coraggiosi (ci vuole coraggio ad investire capitali in film di animazione che non sai se sfonderanno o no, meglio stare sul sicuro con Boldi, De Sica e la Hunziker)
  • gli autori in Italia sembrano non sapere che cosa sono i bambini e quali storie gli piacciono; ai bambini (quelli veri, non quelli fasulli che affollano i programmi Mediaset) piacciono fiabe come questa.

Published in: on ottobre 25, 2010 at 10:10 pm  Comments (4)  
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Pensiericannibali, tu m’hai provocato… e io te distruggo!!!

E’ in corso di svolgimento il torneo organizzato da Gegio.

L’eventuale cinefilo che si imbattesse (in una notte buia e tempestosa) nel sito http://torneodeifilm.blogspot.com/ può dare un voto da 1 a 5 a una doppia dozzina di titoli (12 proposti dal mio antagonista, 12 da me) e scegliere il migliore tra una coppia di registi, una coppia di attrici ecc.

C’è tempo fino alla fine del mese. Ma è meglio togliersi subito il pensiero, no?

E vinca il migliore!

…e maledèti i Zorzi Vila!!!!

ACCABADORA, romanzo di Michela Murgia

Finito di leggere ACCABADORA, mi sono chiesto: “Se fossi stato uno dei giurati del Campiello per chi avrei votato?”

Meno male che non ho dovuto scegliere. Ho evitato l’imbarazzone della sceltona.

Sono romanzi bellissimi, ma molto diversi: quello di Pennacchi è fluviale, con una ricchezza (direi eccessiva) di temi e personaggi, mentre Michela Murgia racconta una storia più stringata. 160 pagine ben scritte e pochi personaggi (2 protagoniste e un comprimario).

Racconto la TRAMA a chi non l’ha ancora letto e (dopo l’immagine) mi rivolgerò a chi lo conosce già. Aggiungendo il “come va a finire”.

In un paesino della Sardegna, dove la miseria è tale che “si impara a fare il bollito con l’ombra del campanile” (se questa battuta vi diverte vuol dire che negli ultimi giorni avete mangiato) e dove spostare anche di poco il confine tra due vigne può provocare sanguinosissime conseguenze, la piccola Maria Listru viene adottata dalla sarta Bonaria Urrai.

Solo dopo molto tempo Maria capisce per quale motivo la madre adottiva è importante (e molto rispettata dalla gente del posto): ha il compito di “porre fine alle sofferenze” dei malati terminali.

Appena lo viene a sapere, raccoglie le sue povere cose in una valigia e se ne va a Torino.

Ma qualcosa mi dice che tornerà… (e mi fermo qui: se non volete sapere come va a finire VI CONSIGLIO DI VOLTARE PAGINA)
Ora parliamo tra noi che abbiamo letto ACCABADORA.

Cosa ve ne pare dell’EPISODIO TORINESE? E’ solo un riempitivo o illustra che anche nel Continente avvengono cose ATROCI, come lo stupro subito dal piccolo Piergiorgio ad opera di uno sporcaccione?

Anzi, il ritorno di Maria a Soreni (a parte che sente di dover pagare il suo debito) può essere interpretato come la scelta di una vita povera ma pulita?

Perché zia Bonaria è “pulita”. Si può discutere quanto si vuole sul piano astratto (il suo “intervento” al capezzale di Nicola Bastìu è eutanasia o suicidio assistito?) ma si deve riconoscere a questa donna nerovestita un’arcana, severa moralità.  Come quando rifiuta di “intervenire” nel caso di Jusepi Vargiu.

Infine, tocca a zia Bonaria di entrare in agonia. Maria Listru torna da Torino per accudirla fino alla fine. E’ fortunata (sembra di sentire il commento delle donne del paese) perchè l’agonia non sarà lunghissima. “C’erano state figlie che si erano giocate gli anni migliori della gioventù appresso a vecchie tiranniche che non si decidevano a morire…”

Ma l’atteggiamento di Maria è cambiato. “La ragazza cominciò a comprendere cosa intendeva Bonaria Urrai quando le aveva detto -Non dire mai: di quest’acqua io non ne bevo-

Quando alla fine Andrìa, il fratello di Nicola Bastìu, sfiora con le labbra il “cadavere vivo” di zia Bonaria, perdonandola senza parlare, Maria si decide e compie l’atto definitivo.

Concludendo, tra l’epica dei “poveri e fieri” di Canale Mussolini e il dramma crudo e intenso di Accabadora NON SO COSA PREFERIRE.

Farò così: aspetterò i giorni ovattati tra Capodanno e l’Epifania e li rileggerò.

Published in: on ottobre 18, 2010 at 9:44 pm  Comments (6)  
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Benvenuti al sud e “porca trota!”

Avevo visto questo film (di Luca Miniero, napoletano) una settimana fa.

Non mi era sembrato un granché. Ma mercoledì sera l’ho rivisto (da solo, per “leggerlo” meglio) soprattutto per capire i motivi del suo innegabile successo.

In 17 giorni di programmazione oltre 2.800.000 spettatori.

E’ il film italiano più visto di quest’anno. Neanche il verdonesco IO, LORO E LARA ha fatto meglio.

Riassumo la TRAMA. Un pirlotto lumbard (Claudio Bisio) si è finto disabile per far carriera. Mandato in punizione a sud di Salerno si scontra fin dalla prima sera con un modo di vivere totalmente diverso.

Come andrà a finire? Ve lo dirò (se proprio non lo intuite) dopo il video.

Prima però qualche parola sugli interpreti. Bisio è sempre simpatico e qui ha anche il merito di NON STRAFARE (anche se è al centro della scena dal primo all’ultimo minuto); Angela Finocchiaro (l’ansiosissima moglie del Pirlotto) migliora con gli anni come il vino buono; Alessandro Siani (il postino mammone, che a 35 anni vive ancora con mammà) ha la “maschera del filosofo” e, in quanto tale, pronuncia la massima “quando un forestiero viene al Sud piange due volte, quando arriva e quando parte”.

Va a finire che il pirlotto non solo si integra perfettamente con gli amici “terruncielli”, ma risolve con i suoi consigli i problemi sentimentali del postino filosofo.

TROPPO BELLO PER SEMBRARE VERO e questo è il limite di un film che celebra a modo suo l’Unità d’Italia.

Sarebbe bello che fosse così, che le ronde padane somigliassero alle allegre “Rondinelle” guidate dalla Finocchiaro e che l’Accademia del Gorgonzola apprezzasse la mozzarellona di Battipaglia.

Ultima domanda, a proposito della Lega nord: l’imprecazione PORCA TROTA del protagonista (scacazzato da un piccione milanese) è un’allusione al Bossijunior?

è ora che Babbonatale capisca che i bambini non esistono…

ovvero l’arte di capovolgere una “frase fatta”

Esiste un sito interessante (www.luoghicomunialcontrario.net) in cui chiunque può divertirsi a stravolgere un proverbio o un luogo comune.

Ed esiste un libro (Einaudi 2010) di Alfredo Bucciante, che raccoglie 500 esempi del genere. A cominciare dal titolo: SCUSA L’ANTICIPO, MA HO TROVATO TUTTI VERDI.

In certi casi basta aggiungere o togliere un NON: L’appetito viene non mangiando, quando accendo la radio non trovo mai Radio Maria, ci siamo sposati ma ha funzionato, tutto il male viene per nuocere…

Oppure si sostituiscono parole: Mi piaci dal sedicesimo momento che ti ho vista, li arrestano e dopo due giorni stanno ancora in galera…

O si inverte l’ordine delle parole. A volte penso senza agire, non voglio giustizia voglio vendetta, le droghe pesanti sono l’anticamera delle canne, è scoppiata una ragazza a causa di una lite…

Complessivamente è una lettura amena e stimolante. Non perdetevi l’introduzione di Stefano Bartezzaghi.

Altre perle:

  • i mezzi giustificano il fine
  • ne uccide più la spada che la lingua
  • imparando si sbaglia
  • io non sono giusto, sono severo
  • non è tanto per il principio, quanto per i soldi
  • il clientelismo spesso degenera nella politica
  • la famiglia tradizionale sta distruggendo il matrimonio omosessuale
  • appena svengo vedo il sangue
  • ha detto che spariva per sempre invece è andato a comprare le sigarette
  • i popoli sono l’oppio della religione
  • premetto che sono razzista però sopporto gli ebrei
  • dicono di essere di sinistra e poi non hanno la barca a vela

einaudi

Published in: on ottobre 13, 2010 at 12:43 pm  Comments (4)  
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c’è un uomo in mezzo al mare!

Canzoncina dal tono allegro (come usava nel 1936), ma che si presta a considerazioni serie.

TRAMA. Un capitano, probabilmente il comandante di una Capitaneria di Porto, riceve un messaggio URGENTE.

“Uomo in mare – stop – equilibrio precario – stop- urge soccorso – passo e chiudo”

Non sembra che il Capitano si dia troppo da fare: il messaggio lo raggiunge alle 9, ma a mezzanotte (invece di agire) chiede ancora delle delucidazioni (“favorisca darci qualche chiarimento…”)

TI VUOI MUOVERE, PIRLA??????

A quell’epoca (1936, dicevo) il Capitano era Mussolini e sappiamo come è andata a finire.

Ma in questa grottesca canzone mi sembra di riconoscere molti altri governanti che hanno “capitanato” l’Italia fino ai giorni nostri.

le sorelle Lescano erano fasciste?

Non aspettatevi che risponda a questa domanda.

E’ una domanda mal posta.

Voglio invece citare il giudizio che ne dava mia madre (1911-1990) che ne era una fan.

“Le Lescano piacevano tanto (diceva mamma) perché avevano un accento esotico, uno stile veramente nuovo, americano (era lo “swing”, e il video che accludo ne è un esempio) e soprattutto perché le loro canzoni erano allegre, scacciapensieri, senza tutte quelle lagne che ci avevano rattristato fino a quel momento…”

Già, le canzoni “pre-Lescano”: un’orgia di lacrime. Giovani prostitute che morivano nella neve (“Capinera”), madri singhiozzanti davanti a figlie agonizzanti (“Balocchi e profumi”), sciantose ingrate che spezzavano il cuore a ingenui fessi (“Reginella”) e tristissimi notai che non ci avevano manco la legna per scaldarsi (“Signorinella”).

E allora, per reazione, arrivano le canzoni spensierate dello Swing: pinguini in frack, grassoni che galleggiano nel canale, tulipani che parlano d’amore e ragazze in pantaloni che si esaltano al passaggio di Tazio Nuvolari e bevono whisky-and-soda “così all’amore non ci pensi più…”

Purtroppo l’allegria durò poco. E nel 1939 Renato Ranucci (in arte Rascel) si mise a cantare profeticamente “è arrivata la bufera è arrivato il temporale…”

In conclusione, le 3 Leschan (Sandra, Judik e Catharina detta Kitty) erano artiste, tutto qui. Non ha senso indagare se avessero o meno la tessera del P.N.F.

Ce l’avevano quasi tutti nel mondo dello spettacolo (la chiamavano “la tessera del pane“): Gino Cervi, Ruggero Ruggeri, Ermete Zacconi, Alessandro Blasetti, Amedeo Nazzari… Per non parlare di Pirandello, Accademico d’Italia.

Diario di un killer sentimentale

Non sapremo mai come si chiama il protagonista di questo brevissimo romanzo di J. L. Sepùlveda.

Non ce lo vuol dire (ovvio), ma ci fa capire di essere sui 45 e di essere molto apprezzato nel suo ramo.

“Arrivo, ammazzo e me ne vado. Ecco cosa ho fatto negli ultimi 15 anni…”

Questa volta deve uccidere (e forse sarà il suo ultimo incarico) un messicano, Victor Mujica. Potrebbe sparargli a Istanbul, ma i datori di lavoro (suppongo il cartello dei narcos colombiani, ma preferisco non approfondire) vogliono che Mujica muoia a Città del Messico.

Cosa ha fatto di così grave Victor Mujica? Sta inondando gli Stati Uniti di droga A PREZZI STRACCIATI, perciò rovina il mercato ai concorrenti. Ha i suoi motivi per agire così; lo sapremo nella penultima pagina.

A questo punto faccio un passo indietro.

E’ un killer sentimentale: 3 anni prima si è innamorato alla grande di una francesina, contravvenendo alla legge fondamentale della sua professione (nessuna debolezza, nessuna visibilità: bisogna svanire come ombre) e diventando vulnerabile.

E adesso la francesina lo ha mollato via fax: “ti voglio bene, ma amo un altro…” (peggio che Ingrid Bergman in Casablanca).

Povero killer. Ci resta malissimo. E proprio nel momento in cui sta per uccidere Mujica SI TROVA DAVANTI LA FRANCESINA…

(CAPITO DI CHI SI ERA INNAMORATA?)

Cosa succede nel romanzesco finale (essendo un romanzo, è logico che il finale sia romanzesco)?

Sto per dirvelo. Ma, se non volete saperlo, siete ancora in tempo! Per darvi tempo di voltare pagina adesso mi dilungherò per una ventina di righe sugli aspetti formali di questa storia.

Sepùlveda scrive bene, non occorre che lo dica io. In questo caso si è divertito a parodiare i noir di Hammett e di R. Chandler.

Il protagonista è un superduro, beve continuamente gin (ma come fa a mirare così bene?), si concede spesso lunghe nottate di sesso con puttane internazionali (a parte la francesina) e passa la vita tra taxi e aerei. Vive talmente da solo che parla da solo, o meglio con la sua immagine nello specchio (“l’abitatore degli specchi”) a cui rivela la propria malinconia. Al lettore preferisce mostrare la sua freddezza.

Cito alcune frasi dell’autore, tanto per rendere l’idea: “mi preoccupai che il primo pezzo di piombo lo cancellasse subito dalla lista dei vivi” … “o aveva una verga così lunga che doveva reggerla con la cintura o sotto gli abiti portava un cannone” … “era la verità, la dannata schifosa verità”

Siete ancora qui? Allora posso raccontarvi come va a finire.

Il protagonista rintraccia Mujica e “la gran figa francese” in una casa di viale Alfonso Reyes. Fa latrare due volte la sua Colt calibro trentotto e se ne va.

“..è vero, l’amavo… ma ero un killer e i professionisti non mischiano mai il lavoro con i sentimenti”

Published in: on ottobre 1, 2010 at 6:58 pm  Comments (2)  
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