cosa devo mettere nella valigia?

Porterò certamente due romanzi nuovi (quello di Silvia Avallone e quello di Antonio Pennacchi, che si sono contesi il Premiostrega); e aggiungo 3 libri che ho letto mooooolto frettolosamente in passato e adesso (che ho tanto tempo a disposizione) voglio rileggere con calma:

  • LE NEBBIE DI AVALON (Marion Bradley): era un “testo jolly” per BOOKLAND, ma alla fine dell’anno la stessa classe che l’aveva proposto lo bocciò
  • SIPARIO, L’ULTIMA AVVENTURA DI POIROT (Agatha Christie): diversamente da Conan Doyle, lei è riuscita a seppellire il suo detective.
  • I DIALOGHI DEGLI AMANTI (Francesco Alberoni): maldestro (almeno a una prima lettura) tentativo letterario di un sociologo.

Non porterò con me, invece, IL LIBRO DELLE ANIME. L’autore della BIBLIOTECA DEI MORTI ha allungato il brodo del primo romanzo per questo insulso sequel e (temo) prepari altre centinaia di pagine sul tema: ci sarà la fine del mondo (a mezzo asteroide) per il 9 febbraio 2027?

Credetemi sulla parola: non vale la pena di leggerlo, nonostante il battage pubblicitario che lo ha accompagnato.

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6 commentiLascia un commento

  1. Visto che il tuo bagaglio intellettivo è a posto, prenditi almeno uno spazzolino da denti!
    Non posso esserti di aiuto, gli ultimi quattro anni sono stati di studio, ho perso di vista il panorama narrativo attuale. Proprio in questi giorni ho rivisto il film: Il nome della rosa e quello lo metterei fra le creme abbronzanti e il costume…è un libro intramontabile e sempre da rileggere!

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  2. Io porterei anche IL NIPOTE DEL NEGUS di Camilleri. Si legge in una serata ed è esilarante!

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    • grazie del consiglio; lo metto subito in valigia
      buon week end

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      • A proposito di valigie: quali film consigliate? Avete un sito “di fiducia” per consultare trame e recensioni? Grazie!

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  3. cara Margherita, per conoscere bene la trama di un film non c’è che WIKIPEDIA; purtroppo non si trova sempre una voce di W. per i film nelle sale (bisogna aspettare mesi), per cui uso consultare MYMOVIES, che riporta spesso le recensioni più autorevoli

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  4. ABBATTERE I MURI DI ACCIAIO Andrea Camilleri “Il figlio del Negus” – Recensione di Matilde Perriera – Tutte in un fiato, dalle 20:00 alle 04:00, in una notte torrida di fine estate … In queste coinvolgenti pagine dalle molteplici sfaccettature, “suggerite dall’interessante libro I SIGNORI DELLO ZOLFO (Cl 2001) di Michele Curcuruto” (A. Camilleri, Il nipote del Negus, 2010, note alla quarta edizione), Andrea Camilleri, con geniale acutezza, ha dato vita a un prezioso laboratorio culturale difficilmente collocabile all’interno di uno specifico genere letterario, mescolando le caratteristiche della cronaca, con episodi verificatisi realmente nell’entroterra siciliano, al memoriale autobiografico, valorizzato da ricordi e conoscenze personali, al saggio storico, rivisitazione fedele del clima degli anni ’30 minato da rivalità personali interne, al trattato giuridico-morale, incrementato dai relativi meccanismi psicologici che scattano nell’opinione pubblica di fronte alle vicende rappresentate, al romanzo psicologico, capace di ricostruire le scelte delle varie figure politiche, al romanzo giallo, ricchissimo di suspense, alla fervida fantasia, fonte di “casi e anacronismi inventati di sana pianta” (A. Camilleri, Il nipote del Negus, ibidem). La sua illuministica razionalità si riflette anche nello stile che è terso, cristallino, essenziale, alieno da ogni sbavatura retorica o sentimentale, rinvigorito da un linguaggio asciutto supportato da “documentazione d’archivio intercalata da frammenti di parlate. Sono veri documenti falsi e falsi documenti veri” (S. S. Nigro, nota in Il nipote del Negus, 2010, quarta edizione), spesso inframmezzati dalle intrusioni dialettali. Il livello espressivo del romanzo e le strutture sintattiche si adeguano alla situazione e allo status sociale, dal registro colto del linguaggio burocratico usato dai personaggi più influenti con il loro argomentare, alla lingua popolare o il dialetto puro dei carabinieri e dei personaggi minori con le loro esclamazioni colorite, i discorsi allusivi. Espressioni crude, sintagmi, onomatopee, doppi sensi, metafore, similitudini, storpiature dell’italiano corretto, nomi o aggettivi usati anche come verbi, complementi di termine che sostituiscono complementi oggetto, a una prima lettura, possono disorientare, appaiono oscure, ma, proseguendo con lo scorrere delle pagine, si riesce a dar loro un significato; isolandone i tratti più strani e rivedendoli nel contesto della frase, anzi, lemmi come ‘ntìfico, specchiàta, babbiàre, taliàre, nèsciri, sùsirsi, macàri, mìzzica, cchiù, pirchì, stràmmo, assintomò, arrivèrsa, accussì, embè, chi camurrìa!, cadì ‘n terra come un mazzu di cavuli, il cangio di posto … finiscono per riassumere non solo un aspetto linguistico, ma, soprattutto, un costume basato sulla capacità di cogliere tratti della personalità. Il linguaggio scelto da Camilleri, insomma, non è affatto insormontabile, anzi, proprio grazie a questo stile, alcune scene hanno un gusto inconfondibile e diventano uno degli ingredienti del loro successo teso a osteggiare la tronfia retorica gabrieldannunziana iperbolica e altisonate, di cui il Fascismo, per incantare le masse, faceva il suo cavallo di battaglia. Il “contastorie”, come egli stesso ama definirsi (Intervista a Camilleri, http://www.mondoeditoriale.com, marzo 2010), “burla e beffa, architettando documenti, rimane, comunque, dalla parte della verità storica” (S. S. Nigro, ibidem) e consiglia di “star svegli e scrutare e capire e giudicare” (Sciascia, Porte aperte, 1987). La macrostoria entra nella microstoria, gli aspetti più prettamente narrativi la ritraggono e consentono al lettore di introiettare i messaggi di ampio spessore insiti nei sette capitoli del “Nipote del Negus”, con fortissimi imperativi morali e civili per quanti riescono a penetrare nella tessitura capillare del racconto e, attraverso di esso, marchiare personaggi sclerotizzati in una forma “animati da splendido e indefesso fervore fascista” (A. Camilleri, ibidem), condannare il prostituirsi dell’intelligenza prona all’esecuzione di ordini dall’alto “con oculata e fascistica fermezza” (A. Camilleri, ibidem), scolpire, in ipotiposi, “facce di ciechi senza sguardo” (Sciascia, Il Giorno della civetta, 1961), stigmatizzare un contesto storico in cui “si dormiva con le porte aperte, anche se era soltanto nel sonno il sogno delle porte aperte; a esse corrispondevano, nella realtà quotidiana, da svegli, e specialmente per chi amava star sveglio, tante porte chiuse” (L. Sciascia, Porte aperte, 1987). L’incipit è dato da un fatto realmente accaduto, la frequenza, nell’agosto del 1929, alla scuola mineraria di Caltanissetta, di Grhane Sollassié Mbassa, personaggio interessante, originale e “sessualmente senza briglie” (S. S. Nigro, ibidem) che apre nuove frontiere alle mire espansionistiche del DUCE sull’Africa orientale. L’Italia, “il Paese illuminato in ogni dove dalla luce della civiltà fascista” (A. Camilleri, ibidem), è, infatti, nel pieno della sua affermazione e sono appena stati firmati i Patti lateranensi; Mussolini punta l’interesse sull’Etiopia con l’obiettivo di sostituirsi al Negus Ailé Selassié. Il nipote del Re abissino gli si presenta, perciò, come un formidabile trampolino di lancio e, sottomettendosi ai suoi dettami, cerca di ingraziarlelo con ogni strategia. Qui finisce la verità storica e inizia la fantasia, perchè “i cerchi concentrici che attorniano i fatti e i personaggi, sono frutto esclusivo dell’inventiva dello scrittore” (www.sololibri.net). Grhane Sollassié Mbassa, un diciannovenne “che camìna scàvuso”, si iscrive alla Regia Scuola Mineraria di Vigàta, provocando un generale scompiglio perché, se è giusto che al giovane reale si riservi un’accoglienza all’altezza del suo rango, è anche vero che l’incapacità di superare le barriere della reciproca diffidenza fra bianchi e neri è sempre determinante. “I personaggi si muovono nell’atavico crocevia e si poggiano, sostanzialmente, su fondamenta di sabbia … Godiamo tutti degli stessi diritti, ma crediamo davvero in ciò che pensiamo? Il teorema fallimentare, sentendo zoppicare i suoi principi aprioristici” (M. Perriera, Se tua figlia sposasse un negro?, http://www.mymovies.it, agosto 2009), scatena un susseguirsi serrato di dialoghi vivaci e fitti ping pong epistolari fra chi teme che “la scuola potesse esserne infettata” (A. Camilleri, ibidem) e quanti, invece, sono obbligati a cautelale gli interessi del “virtuoso della bricconeria” (S. S. Nigro, ibidem). Il romanzo si presenta, infatti, come un dossier composto da “carpette” che contengono lettere ufficiali e ufficiose, dispacci governativi perentori, telegrammi, proclami, documentazioni d’archivio, ritagli di giornale con articoli di cronaca locale, che s’intersecano, in un rimando continuo, a frammenti dialogici-narrativi notturni e diurni tenuti in un circolo, in un bar, in una camera da letto coniugale, nei luoghi più disparati tra gli abitanti di Vigàta. I dispacci ufficiciali coinvolgono il Ministro degli Esteri Corrado Perciavalle, il direttore della Scuola Mineraria Carmelo Porrino, il Commissario di Vigàta Giacomo Spena, il Prefetto e il Questore di Montelusa, rispettivamente Felice Matarazzo e Filiberto Mannarino, Antonio Fortuna, la Curia vescovile, le Agenzie del Banco di Sicilia, … poco importano i nomi e i ruoli, i destinatari sono tutti “servi volontari” (L.Sciascia, Porte aperte, 1987) del “DUCE …che guida, con romana e preveggente determinazione i suoi SUDDITI” (A. Camilleri, ibidem), marionette dibattute fra ipocrisie, timori, servilismo e apparente fierezza, con l’atteggiamento di chi vuole salvaguardarsi la carriera, ma percepisce su di sè il rischio di pregiudicare il luminoso avvenire che lo aspetta. Negli incartamenti cambiano le intestazioni, ma l’oggetto è sempre lo stesso, Grhane Sollassié Mbassa, “il negro … l’abissino armato … armatissimo … chi ci l’avi granni e grossa quanto la proposcite di un elefanti, … iddru … l’etiope” (A. Camilleri, ibidem), furbo, avventato, incontenibile per il quale “le fìmmine sono l’interesse maggiore insieme a quello dei sordi che non gli abbastano mai”; il “tizzone d’inferno coccolato e foraggiato” (S. S. Nigro, ibidem), amante del lusso, sollecitato dai bordelli e dal vizio del gioco, seppur ritenuto “riccu sfunnatu”, estorce denaro sia alla corte etiope, “che si è incaricata di coprire le sue spese correnti, purché contenute nel limite di mille lire mensili” (A. Camilleri, ibidem), sia al Partito Fascista, che paga tutto il resto per evitare incidenti.A far crollare la situazione sopraggiunge una missiva di Mussolini in persona, che sollecita il principe a scrivere una lettera di elogi spropositatati sul Fascismo allo zio Ailé Selassié, allo scopo di facilitare la risoluzione “dell’annoso contenzioso con l’Etiopia per la definizione esatta dei confini con la Somalia” (A. Camilleri, ibidem). S.E., l’Onniveggente” (A. Camilleri, ibidem), da lui si aspetta un contributo alla soluzione diplomatica delle divergenze con il re abissino e fissare, a caratteri cubitali, l’immagine di un’Italia laboriosa e ordinata, anche se la libertà era finita e si era messo il bavaglio alle intelligenze del paese, il cui unico ruolo era quello di “credere, obbedire, combattere” (A. Camilleri, ibidem). “Eja, eja, alalà! Camicia nera, inni, marce, parate, esaltazione di forza guerriera, prestanza virile, lungimiranza politica, indomita fierezza … quando la menzogna si accasa nella storia, sono gli atti di fede e le adunanze e i manganelli che fanno la verità. Il nipote del negus, “che alletta gli occhi e invaghisce i cuori” (S. S. Nigro, ibidem), temporeggia; affascinato da molte promesse e cifre spropositate, ricevendo molto e senza nulla mai concedere, riesce a umiliare l’onore, la tracotanza, le mire colonialistiche del regime. Le autorità, “costrette a tollerare ogni suo capriccio per espressa volontà di S. E. Benito Mussolini” (A. Camilleri, ibidem), aspettano impazienti la firma di un accordo diplomatico tra i due Paesi, mentre il giovane Principe, “che, nel suo ciclonico percorso, lascia dietro di sé rovine e danni” (A. Camilleri, ibidem), si fa beffe del Duce, dei notabili, delle forze dell’ordine, delle regole e della buona educazione per poi scomparire nel nulla. L’ellissi del discorso, del resto, lascia solo intuire attraverso un’indicazion topografica, l’Albergo Trinacria (A. Camilleri, ibidem) … per il resto tutto è affidato alle esclamazioni plastiche prolungate, indice prolettica della tresca amorosa tra la “Michilìna laida assà, nìvura di pelli, con le gamme torte, i baffi, che non arrinesci a trovare manco uno zito, che, al punto in cui è arrivata, non le farebbe ‘mpressione manco un cinìsi, e “l’atleta dell’inganno” (A. Camilleri, ibidem) …Oddio, Gesù, ohio, così, sì, ancoraancoraancoraancoraancoraancora … un piacere sessuale che spingerà i due amanti alla fuga … Volatizzati … e i misteri s’infittiscono … Si scopre, intanto, che il Principe era già sposato in patria sin dall’età dei quindici anni con la tredicenne figlia del potente Ras Makonnen, che … che … che … Un romanzo, insomma, che tiene il fiato sospeso fino alla fine, “invoglia alla lettura, cattura come un cesto di ciliegie. Assaporata la prima non ci si ferma finchè non si arriva al fondo del contenitore” (A. Parlati, http://www.libreriauniversitaria.it, nov. 2010).

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