La “santa fuga del prigioniero”

Stephen King non è tra i miei scrittori preferiti, ma devo riconoscere che sa scrivere.

Eccome.

Sentite questa: “un giorno del 1958 guardandomi nello specchietto da barba che tenevo in cella vidi un uomo di quarant’anni che mi restituiva lo sguardo; un ragazzo era entrato in carcere nel 1938… quel ragazzo era scomparso! Quel giorno riuscii a vedere il vecchio che ero diventato…”

E questa: “ogni volta che incontrate un uomo del genere, il consiglio migliore che posso darvi è fate un gran sorriso e copritevi le palle con tutte e due le mani”

E quest’altra: “la speranza è una cosa buona, forse la migliore delle cose; e le cose buone non muoiono mai”

Ho preso queste frasi da un suo romanzo breve del 1982: Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank.

Ne hanno fatto un film (nel 1994) che in Italia si chiamava LE ALI DELLA LIBERTA’. Se lo conoscete non occorre che vi racconti la trama.

Se non lo conoscete vi riassumerò la trama dopo l’immagine. Ma prima due considerazioni “in quota”.

  1. In questa cupa storia (come in tutte le storie carcerarie) il lettore “tifa” per chi tenta di evadere. Colpevole o innocente, speriamo che chi sta al gabbio riesca a scappare. E’ istintivo: la libertà è un bene assoluto e stare in prigione (soprattutto per lunghissime pene, come in questo caso) ci sembra così contronatura che qualsiasi tentativo di evasione ci entusiasma. Su questo concetto si basa la frase che fa da titolo al mio post: è di J.R.R.Tolkien.
  2. Per raggiungere un traguardo (in questo caso la fuga dal terribile ergastolo di Shawshank, nel Maine) non basta l’intelligenza (Andy Dufresne, il protagonista, aveva programmato ingeniosamente la “via di fuga” prima ancora del processo) né la pazienza, né la fortuna: non bisogna mai arrendersi al fatalismo, continuare ad alimentare la speranza, succeda quel che deve succedere.

shawshank
RIASSUNTO: Un vecchio ergastolano, in libertà vigilata dopo 40 anni di reclusione, è tentato di commettere un furto per ritornare dietro le sbarre. Si sente spaesato e insicuro. Ma lo salva il ricordo di Andy Dufresne, un incredibile personaggio che anni prima era riuscito a passare -letteralmente- attraverso le mura del carcere e a trovare un brillante nascondiglio in Messico. Trovate le tracce di Andy, decide di andare alla sua ricerca. “LA SPERANZA NON MUORE MAI”

Published in: on giugno 30, 2010 at 8:38 pm  Comments (3)  
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i film più visti del primo semestre (e che dire di Eclipse?)

Copio da TELEVIDEO RAI (pag 546) la graduatoria dei film più visti in Italia dal primo gennaio.

  1. AVATAR (7.478.000 presenze)
  2. ALICE IN WONDERLAND (5.506.000 presenze)
  3. IO, LORO E LARA (2.533.000 presenze)
  4. SHERLOCK HOLMES (1.893.000 presenze)
  5. ROBIN HOOD (1.744.000 presenze)

Prevedo che Eclipse (nelle sale dal 30 giugno) si inserirà presto in questa top five. Scalzerà Robin Hood in 2 o 3 settimane.

Sui motivi del successo della serie Twilight mi sono già dilungato:

https://ilbibliofilo.wordpress.com/2008/11/17/dracula-co/

https://ilbibliofilo.wordpress.com/2009/11/17/esattamente-un-anno-fa/ 

Voglio aggiungere che (come romanzo) ECLIPSE è un cesso.

Magari il film verrà meglio…

Published in: on giugno 28, 2010 at 1:05 pm  Comments (13)  
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dalle stelle alle stalle

Sta per concludersi il primo semestre degli “anni 10”. Sono andato al cinema meno del solito in questi sei mesi, ma qualcosa di bello l’ho visto.

Provvisoriamente (mancano 5 giorni e non si sa mai) elenco i 3 film che più mi sono piaciuti:

  1. IL CONCERTO (Le concert) – In Russia non è piaciuto (e lo credo bene: descrive la Russia attuale in modo impietoso, tra mafiosi onnipotenti, nostalgici di Stalin e burocrati altezzosi) – L’ho recensito il 17 febbraio
  2. DEPARTURES (Okuribito) – Oscar per il miglior “Foreign language film”; in Italia un flop (da noi parlare della morte induce a gesti poco eleganti) – L’ho recensito il 25 aprile
  3. TRA LE NUVOLE (On the air) – Un dramma sotto la maschera di una commedia – L’ho recensito l’11 febbraio

E il film peggiore? Finora (deve ancora uscire Eclipse…) direi che LA FONTANA DELL’AMORE è talmente scemo che non vale la pena recensirlo. Vabbè che in certi pomeriggi l’aria condizionata dei cinema invita a vedere qualsiasi fetecchia, ma c’è un limite a tutto…

BRIGHT STAR

Un bel film, diretto da Jane Campion (oscar con Lezioni di piano) e dedicato agli ultimi 3 anni di John Keats.

Un po’ lento (poteva durare mezz’ora di meno) e con un personaggio alquanto inutile: l’amico di lui (Ch. Brown, ingravidatore di servette).

Però è bello, veramente bello e poetico. Curatissimi i costumi (nomination all’Oscar, ma l’ha spuntata The young Victoria) e la fotografia.

L’infelice poeta è interpretato da Ben Whishaw (già protagonista in Profumo), la sua casta amante è Abbie Cornish.

A lei, nei prati di Hampstead, Keats declama la romantica Ode su un’urna greca: “Beauty is truth, truth beauty… il Bello è vero, il Vero è bello; questo è tutto quello che sappiamo sulla terra, tutto quello che importa sapere”

P.S. A proposito del Bello e del Vero, ho appena ascoltato una canzoncina tedesca in cui si dileggia il calcio italiano e, in generale, l’Italia. Vabbé… rispetto la libertà di espressione e la dotta e romantica Germania. Ma preferisco Keats.

Published in: on giugno 22, 2010 at 1:05 pm  Comments (5)  
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PROVACI ANCORA, SAM film di W. Allen

In questo piovoso pomeriggio ho messo il DVD di uno dei migliori film di Allen.

PLAY IT AGAIN, SAM era una commedia (scritta dallo stesso Woody) che ebbe un notevole successo a Broadway. Nel 1972 ne fecero un film (diretto da H. Ross) con gli stessi attori:

  • W. Allen è LUI, un imbranatissimo critico cinematografico; lasciato e irriso dalla moglie, è all’affannosa ricerca del sesso e colleziona figuracce; accanto a lui (e visibile solo a lui) il fantasma di Humphrey Bogart (vedi sotto)
  • Diane Keaton è LEI, nevrotica ma dolce moglie di un marito troppo indaffarato; dopo aver inutilmente cercato di procurare a LUI un’amichetta, ci finisce a letto (con LUI, non con l’amichetta)
  • Jerry Lacy è IL FANTASMA DI BOGART, che insegna (con esiti meno che mediocri) a LUI come si seducono e lasciano le donne; l’attore non è un granchè, ma somiglia molto a Bogey (e poi indossa lo stesso trench e lo stesso cappello usato nel finale di CASABLANCA)

Accludo un video: “Bogey” suggerisce a LUI come conquistare LEI, che non desidera altro che di essere conquistata.

Ma la scena più divertente del film, secondo me, è il “sogno italiano”: LUI immagina (dopo aver visto LE COPPIE con Sordi e la Vitti) di essere ucciso a coltellate dal rivale: “Bastardo! M’hai traduto! Pezzo di cornuto!” (in italiano nell’originale)

Se poi volete sapere come va a finire, ve lo racconto dopo il video


LUI è vinto dal rimorso (il marito becchificato è il suo migliore amico) e rinuncia a LEI all’aeroporto di San Francisco, imitando quasi parola per parola “Rick” (Bogart) quando rinuncia a Ilsa Lund (Ingrid Bergman) all’aeroporto di Casablanca.

Published in: on giugno 20, 2010 at 6:31 pm  Comments (7)  
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THE LAST STATION

Gli ultimi giorni della lunga vita di Lev Tolstoj (1828-1910) raccontati da un bravo regista, Michael Hoffman.

Un po’ lento all’inizio, il film trova il giusto ritmo nella drammatica fuga di Tolstoj e nella riconciliazione finale con la moglie (in punto di morte) in una stazioncina della Russia meridionale. Non dimenticate il fazzoletto.

Personaggi e interpreti:

  • LUI: il conte Tolstoj, dopo un lungo e tormentato itinerario spirituale, aveva tentato una confusa sintesi di Cristianesimo, Buddismo e Anarchia (no alla proprietà privata, no alla carne, no al sesso, no alla Chiesa) e intorno a lui era nato un “movimento” i cui leaders cercarono con ogni mezzo di fargli rinunciare ai diritti d’autore per i suoi romanzi (un mucchio di milioni). Christopher Plummer interpreta molto bene il personaggio (nomination all’Oscar), che, esasperato dalle tensioni nate intorno a lui, molla tutto e fugge in cerca di pace.
  • LA MOGLIE: dopo aver partorito 13 figli e aver dedicato tutta la vita al marito (che in certi momenti era più strambo di Celentano) la contessa Sofia si aspettava una vecchiaia serena; E INVECE NO: liti continue in famiglia (che spesso contrapponevano le figlie alla madre) e quei rompiscatole dei tolstojani…; quella grande attrice che è Helen Mirren (origini russe: suo padre si chiamava Mironov) secondo me meritava anche lei una nomination (almeno), ma i giurati dell’Academy l’avevano già premiata con l’Oscar per THE QUEEN e stavolta l’hanno lasciata a bocca asciutta.
  • IL SEGRETARIO: avete presente l’imbranato Silvano di Camera Café? Ecco, immaginate Silvano assunto come segretario in un caos di idealismi, soldi, giornalisti e liti coniugali: tra l’incudine e il martello, finisce col farsi da parte, anche perchè una bella maestrina (stanca del caos di cui sopra) gli dimostra che il sesso non è poi così male e che il “movimento” sta diventando una setta dogmatica da cui è meglio uscire. Interprete: James McAvoy, un bravo scozzese già apprezzato in L’ULTIMO RE DI SCOZIA, ESPIAZIONE e nelle Cronache di Narnia (era il fauno Tumnus)
Published in: on giugno 16, 2010 at 6:51 pm  Comments (3)  
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I RAGAZZI VENUTI DAL BRASILE (e non parlo della nazionale)

Romanzo di Ira Levin (1976) e film diretto da F. J. Schaffner nel 1978.

Avevo letto il romanzo e ne ero rimasto impressionato. Era la prima volta che sentivo parlare della clonazione umana in termini realistici. Non come nei romanzi di SF, voglio dire: i principi scientifici e il procedimento erano descritti in lunghe pagine (che naturalmente nel film sono state riassunte in poche parole) e andai al cinema con molta curiosità.

Bel film, lo confermo dopo tanti anni. A molti critici (Morandini e Kezich, ad esempio) è sembrato invece pieno di difetti.

Ma bisogna capirli: erano gli anni ’70 e per loro (per Kezich, soprattutto) il Grande Nemico erano le multinazionali e gli USA, non il neonazismo. Per cui il film era assurdo, fuorviante, mistificante ecc.

A me è piaciuto. Laurence Olivier (Liebermann, il cacciatore di nazisti, chiaramente ispirato alla figura di S. Wiesenthal) e Gregory Peck (Dr. Mengele) sono da applauso. E sono affiancati da altri grandi attori, come J. Mason, Lilli Palmer, Bruno Ganz…

TRAMA ESSENZIALE. Liebermann sa che il dr. Mengele si nasconde in Sudamerica, protetto dall’organizzazione neonazista e dai dittatori locali (nel film quello del Paraguay, nel romanzo il brasiliano Geisel); viene poi a scoprire che Mengele ha creato in una clinica ostetrica nella giungla 94 cloni di Hitler, poi adottati da altrettante famiglie in Nordamerica e in Europa. Poichè non basta il genoma per avere copie conformi, ma bisogna riprodurre una storia personale il più possibile identica a quella di Hitler, gli sgherri di Mengele devono uccidere metodicamente i padri adottivi quando i figli arrivano a compiere 14 anni.

Come va a finire? Se proprio volete saperlo, ve lo dirò dopo l’immagine
boys
Liebermann viene a sapere che uno dei cloni, nel New Jersey, sta per compiere 14 anni. Si reca di corsa sul posto (da solo, senza neanche provare ad avvisare la polizia; chi gli crederebbe?) e, se non riesce a evitare che Mengele uccida personalmente il padre del 14enne, riesce a convincere lo stesso 14enne a scatenare i suoi dobermann contro Mengele che, con un contrappasso dantesco, è ucciso proprio dalla sua creatura.

Nel finale, gli agenti segreti israeliani vogliono la lista dei “piccoli Hitler” per eliminarli, ma Liebermann l’ha distrutta.

“Tutti -assolutamente tutti- hanno diritto di vivere e di scegliere tra il bene e il male” è la sua conclusione.

LA NOSTRA VITA, film di G. Luchetti

Si comincia con un cadavere. Un guardiano notturno (romeno, clandestino, senza amici) è sepolto nelle fondamenta di un palazzo.

Alla fine del film (un film amaro, amarissimo, ma bello) il cadavere è sempre là. Nessuno si prenderà la briga di ritrovarlo. Nel frattempo Elio Germano (giustamente premiato a Cannes per la sua bravura) è diventato un piccolo imprenditore edile.

Tutta la storia si svolge in una giungla di cinismo, ricatti, truffe, spacciatori, lavoratori “in nero” (“arriva la polizia!!” e il cantiere si svuota) e un protagonista che, per tirare su i figli rimasti orfani di madre, diventa disonesto tra i disonesti. Ma non si riesce a biasimarlo, visto che “fanno tutti così…”.

E’ stato tirato in ballo LADRI DI BICICLETTE. Direi che l’approccio neorealistico è lo stesso (descrive i crudi fatti, senza moralismi) e stesso lo scenario, la periferia di Roma. Ma ci sono differenze, naturalmente:

  • il consumismo trionfante (ai tre orfanelli si offre un paradiso di giocattoli, saccheggiando il centro commerciale, mentre il massimo della vita in LADRIecc era mangiare una mozzarella in carrozza in trattoria)
  • i malviventi del 1948 erano degli straccioni; quelli di oggi sono eleganti e guardano dall’alto i proletari (quasi sempre stranieri) che sgobbano alle loro dipendenze
  • Roma, inquadrata dalla macchina di De Sica, era bellissima (larghe piazze inondate di sole, architettura splendida, sembra bello anche il quartiere di Porta Portese); questa Roma è a colori ma è uno squallore: le case sono una più brutta dell’altra, le strade sono invase di sporcizia… e quando piove i tetti non reggono
  • sono proprio gli stranieri a giudicare l’immoralità degli italiani: una ex-prostituta senegalese borbotta “voi non credete in Dio, non credete nei sentimenti, vi interessano solo i soldi…” e una romena, che forse sposerà il fratello del protagonista, osserva che “a voi piace ostentare le cose che comprate, preferite far credere di essere milionari che esserlo e non creare l’invidia…”

E per oggi mi fermo qui. Questa sera mi vedrò il DVD de I RAGAZZI VENUTI DAL BRASILE, un vecchio film con Laurence Olivier e Gregory Peck nell’insolito (per lui) ruolo del cattivo. Poi ve lo racconto.

Ecco il tema della maturità-à-à-à-à-à!!!!!!!!!!

IL CANDIDATO ANALIZZI IL SEGUENTE TESTO, EVIDENZIANDO LE FIGURE RETORICHE (metalogismi, anafore, metafore, epifore, ossimori, paradossi, allegorie, metonimie, tropi, elissi, simploche, accumulazioni, et cetera) IN ESSO PRESENTI
Questo amore è una camera a gas
è un palazzo che brucia in città
questo amore è una lama sottile
è una scena al rallentatore,
questo amore è una bomba all’hotel
questo amore è una finta sul ring
è una fiamma che esplode nel cielo
questo amore è un gelato al veleno.

IL CANDIDATO INQUADRI ALTRESI’ IL TESTO NEL SUO CONTESTO STORICO, CON PARTICOLARE RIFERIMENTO ALLA CRISI DELLE IDEOLOGIE, ALL’ECOLOGISMO, AL FEMMINISMO, AGLI EQUILIBRI DEL MEDIORIENTE E ALLA PRECESSIONE DEGLI EQUINOZI

Published in: on giugno 10, 2010 at 8:31 am  Comments (7)  
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chiedendo scusa a Dante e ai dantisti

nell’altro blog mi sono divertito con l’ipotesi che la Commedia sia stata scritta sotto l’influsso della cannabis

http://un-paio-di-uova-fritte.blog.kataweb.it/2010/06/06/my-name-was-dante-alighieri-and-i-am-an-alien/

Via, si fa per scherzare! E, sempre per scherzare, pubblicherò entro giovedì il testo di una importante lirica che (prevedo) sarà proposta ai candidati all’esame di stato.

Quanto al sommo Dante, c’è solo da ammirarne il genio. Dopo 7 secoli è ancora capace di affascinarci nonostante le difficoltà lessicali.

Anche TOPOLINO ha voluto rivisitarlo. Accludo un brano tratto, appunto, dall’INFERNO DI TOPOLINO. Poi chiudo con una bella illustrazione di G. Dorè (la caduta di Lucifero).

Tu dèi saper ch’io fui conte Ugolino

ed arbitravo a Pisa una partita

ch’aveva in palio il titol di campione.

Quando la gara quasi era finita

con un pareggio, vidi con orrore

un fallo della squadra preferita.

Alzossi un urlo: “Calcio di rigore!”

ma feci per viltade il gran rifiuto

che mi coprì d’infamia e disonore!

Tutti gridavan “Arbitro venduto!

Vai all’inferno! Crepa d’accidenti!”

e, come vedi, qui sono piovuto.

Published in: on giugno 7, 2010 at 11:59 am  Comments (5)  
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