Albertazzi al Duse

Mercoledì sera al teatro Duse. Filosofi sulla scena, nel senso che Albertazzi interpreta F. Nietzsche e Protagora (nelle serate precedenti si era calato nei panni di Platone e di Ratzinger, ma io non c’ero).

Alla fine il pubblico ha applaudito lungamente. L’applausometro ha misurato la sonorità degli applausi a Protagora (52) e a Nietzsche (35): la vittoria di Protagora è comprensibile, in quanto Albertazzi lo ha descritto come campione dell’Ottimismo, mentre Nietzsche era il Pessimista.

“Tu, amico Protagora, ci parli della Democrazia e del Progresso… io, che per ventura vivo 2400 anni più tardi, ho constatato che la democrazia non è servita ad altro che a trasformare gli uomini in pecore…”

Giorgio Albertazzi è un abilissimo, impareggiabile animale da palcoscenico.

Potrebbe recitare l’orario ferroviario o il regolamento dell’Azienda del gas, il pubblico ne sarebbe ugualmente deliziato.

C’è da aggiungere che non c’erano solo i filosofi in scena. Nel suo monologare Albertazzi ha divagato in lungo e in largo, ha parlato della vecchiezza, di Dante e Beatrice e di Giulietta…

e quando ha iniziato con “se sia cosa più nobile sopportare pazientemente gli strali e i colpi di balestra…” ho provato un brivido. Ricordando che, in quello stesso teatro, 45 anni prima (alla vigilia degli esami di maturità) ero spettatore dell’Amleto con Giorgio Albertazzi.

Published in: on gennaio 21, 2010 at 10:22 pm  Comments (6)  
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Virzì…

…è uno dei miei registi preferiti.

Ovosodo, Io e Napoleone, Tutta la vita davanti, Caterina va in città

Ecco, questo suo LA PRIMA COSA BELLA mi ricorda molto Caterina va in città.

Ci sono molte analogie: inizia in una scuola balorda con un prof sbirolato (riuscirò mai a vedere in un film italiano una scuola funzionante?), ha come protagonisti dei ragazzini (nei lunghi flashback), è centrato su matrimoni in frantumi, ci sono bare e funerali, si conclude con un bagno nel Tirreno.

Differenze: in Caterina ecc di funerali ce n’era uno solo (nel finale) e di un personaggio secondario. Qui di morti ce ne sono 3, più altri decessi accennati nei dialoghi. Non lo classificherei COMMEDIA, come fa la rubrica Trovacinema di Repubblicaonline.

Io lo definisco un dramma, (in certi momenti un melodramma): un marito geloso, troppo geloso per una moglie “moderna”, figli sbatacchiati di qua e di là che solo davanti alla madre morente si accorgono di volersi bene, una donna sterile che si procura un figlio per interposta persona, la malattia, la morte. Diciamo che la “commedia all’italiana” (in questi tempi amari) tende a diventare sempre più un dramma.

In conclusione: non si ride (una pallonata in faccia, rarissime battute vernacole: chi non è di Livorno rischia di perderle) e si piange molto, soprattutto nel finale. Portatevi i fazzoletti.

P.S. Un omaggio al rimpianto Dino Risi, che dirige La moglie del prete (1970) in una delle prime scene: è interpretato da suo figlio, Marco Risi.

Published in: on gennaio 21, 2010 at 12:01 am  Comments (5)  
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