il peggiore tra tutti….

E’ un peccato che in Italia non esistano i RAZZIE AWARDS. Da noi i registi e gli attori sono troppo permalosi.

Comunque rimedio a questa lacuna istituendo oggi il premio CHIAVICA D’ORO per il peggior film italiano del decennio 2000-2009.

Lo attribuisco a…

Prima di aprire la busta, una considerazione metodologica.

Per stabilire quale sia il miglior film (italiano o straniero), devo pensarci bene e confrontare senza fretta i DVD di (tanto per fare qualche nome) CHICAGO, GRAN TORINO, RADIO AMERICA, A SERIOUS MAN, GOMORRA, THE READER, IL DUBBIO, UP, IL CURIOSO CASO DI BENJAMIN BUTTON, VINCERE ecc.

Ma col cavolo che vado a comprare il DVD dei film che non mi sono piaciuti in sala!

Basandomi soltanto sulla memoria, stabilisco che (tra le ciofeche più strazianti del decennio) il Premio va a…

ALBAKIARAAAAA!!!!!!  (applausi della platea) con la seguente motivazione: QUESTO FILM (film… si fa per dire) è riuscito a rovinare anche le bellissime canzoni del grande Vasco! (applausi scroscianti; anzi, standing ovation)

per maggiori dettagli, https://ilbibliofilo.wordpress.com/2008/10/28/albakiara-che-delusione/

N.B. Cosa hanno in comune Albakiara e Barbarossa, temibile rivale in questa tenzone?

A domanda rispondo: hanno in comune un attore (seeee… attore per modo di dire), RAZ DEGAN, a cui consiglio vivamente di tornare alle origini, alla pubblicità dello Jeghermaister DOVE HA DATO IL MEGLIO DI SE’

Train de vie (inteso come film)

Un anno fa (a proposito dell’Olocausto) ho citato un bel film. Bello e straziante: se non vi commuove siete messi male…

https://ilbibliofilo.wordpress.com/2009/01/21/il-bambino-con-il-pigiama-a-righe-il-libro-e-il-film/

Quest’anno voglio citare qualcosa di più “leggero”.

In TRAIN DE VIE (su La7 questo pomeriggio) si scherza un po’ sulla tragedia delle deportazioni. L’olocausto non viene nascosto (ci mancherebbe!) ma lasciato sullo sfondo di una vicenda surreale.

Estate 1941. Schlomo (una via di mezzo tra lo scemo del paese e Mosè) ha saputo che tutti i villaggi ebraici della Romania sono svuotati, uno dopo l’altro, e gli abitanti sono trascinati su lunghi treni per un viaggio senza ritorno. Acquistata una vecchia locomotiva e alcuni carri-bestiame, Schlomo e i suoi organizzano un’autodeportazione, una fuga verso la libertà passando attraverso l’Ucraina.

Nel filmato potete assistere a uno degli episodi di questa fuga. A un posto di blocco, le SS vengono ingannate dall’astuto Mordechai, che (avendo vissuto a lungo a Vienna) parla bene il tedesco.

Intanto il villaggio abbandonato brucia,

brucia fino a ridursi in cenere…

Published in: on gennaio 27, 2010 at 10:18 am  Comments (5)  
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non ti dimenticheremo….

Domani è il giorno della memoria.

Altri sono capaci di esprimere l’orrore. Io non so trovare le parole adatte.

Voglio solo mettere questa foto. Non sarai dimenticata, Anne

Published in: on gennaio 26, 2010 at 8:56 am  Comments (4)  
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ciao Jean…

Cara Jean, scusami se ti do del tu. Tu non mi conosci, ma io conosco te da tantissimi anni.

Come tanti altri (centinaia di milioni in tutto il mondo) ho visto molti film in cui eri la star o almeno la co-star

  • in Hamlet (con L. Olivier) eri Ofelia, stritolata e condotta alla follia dagli intrighi della corte di Elsinore
  •  in Androcles and the Lion eri Lavinia, giovane e allegra cristiana in attesa di essere mangiata nel Colosseo
  • in Young Bess eri Elisabetta Tudor, in attesa di diventare Elisabetta I
  • in The Robe eri Diana, l’amante del tribuno Marcello Gallio e questa volta i leoni ti mangiavano davvero
  • in The Egyptian eri Merit e amavi Sinuhe, il medico dei faraoni
  • in Desirée eri l’amante di Marlon Brando di Napoleone
  • in Guys and Dolls (sempre accanto a Marlon Brando) eri il sergente Sarah Brown dell’Esercito della Salvezza
  • in The big Country eri Julie, la maestrina, in un’Arizona molto selvaggia
  • in Spartacus eri Varinia, la donna dell’Eroe

Ma la parte che ti fa ricordare meglio è quella di Hattie Durant in L’erba del vicino è sempre più verde. Una commedia che ho sempre trovato irresistibile.

Beh, questo noiosissimo elenco solo per dimostrarti che ti ho seguita con attenzione.

P.S. Ti confesso che, quando andavo alle medie (fine anni ’50) imparare a pronunciare bene il tuo nome è stato un problema. Lo studio delle lingue straniere (soprattutto l’inglese) era poco importante, arrivo a dire che era quasi sconsigliato. Dovevamo dedicare le nostre energie al latino… ma questa è una storia che ti racconterò un’altra voltasimmons

Albertazzi al Duse

Mercoledì sera al teatro Duse. Filosofi sulla scena, nel senso che Albertazzi interpreta F. Nietzsche e Protagora (nelle serate precedenti si era calato nei panni di Platone e di Ratzinger, ma io non c’ero).

Alla fine il pubblico ha applaudito lungamente. L’applausometro ha misurato la sonorità degli applausi a Protagora (52) e a Nietzsche (35): la vittoria di Protagora è comprensibile, in quanto Albertazzi lo ha descritto come campione dell’Ottimismo, mentre Nietzsche era il Pessimista.

“Tu, amico Protagora, ci parli della Democrazia e del Progresso… io, che per ventura vivo 2400 anni più tardi, ho constatato che la democrazia non è servita ad altro che a trasformare gli uomini in pecore…”

Giorgio Albertazzi è un abilissimo, impareggiabile animale da palcoscenico.

Potrebbe recitare l’orario ferroviario o il regolamento dell’Azienda del gas, il pubblico ne sarebbe ugualmente deliziato.

C’è da aggiungere che non c’erano solo i filosofi in scena. Nel suo monologare Albertazzi ha divagato in lungo e in largo, ha parlato della vecchiezza, di Dante e Beatrice e di Giulietta…

e quando ha iniziato con “se sia cosa più nobile sopportare pazientemente gli strali e i colpi di balestra…” ho provato un brivido. Ricordando che, in quello stesso teatro, 45 anni prima (alla vigilia degli esami di maturità) ero spettatore dell’Amleto con Giorgio Albertazzi.

Published in: on gennaio 21, 2010 at 10:22 pm  Comments (6)  
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Virzì…

…è uno dei miei registi preferiti.

Ovosodo, Io e Napoleone, Tutta la vita davanti, Caterina va in città

Ecco, questo suo LA PRIMA COSA BELLA mi ricorda molto Caterina va in città.

Ci sono molte analogie: inizia in una scuola balorda con un prof sbirolato (riuscirò mai a vedere in un film italiano una scuola funzionante?), ha come protagonisti dei ragazzini (nei lunghi flashback), è centrato su matrimoni in frantumi, ci sono bare e funerali, si conclude con un bagno nel Tirreno.

Differenze: in Caterina ecc di funerali ce n’era uno solo (nel finale) e di un personaggio secondario. Qui di morti ce ne sono 3, più altri decessi accennati nei dialoghi. Non lo classificherei COMMEDIA, come fa la rubrica Trovacinema di Repubblicaonline.

Io lo definisco un dramma, (in certi momenti un melodramma): un marito geloso, troppo geloso per una moglie “moderna”, figli sbatacchiati di qua e di là che solo davanti alla madre morente si accorgono di volersi bene, una donna sterile che si procura un figlio per interposta persona, la malattia, la morte. Diciamo che la “commedia all’italiana” (in questi tempi amari) tende a diventare sempre più un dramma.

In conclusione: non si ride (una pallonata in faccia, rarissime battute vernacole: chi non è di Livorno rischia di perderle) e si piange molto, soprattutto nel finale. Portatevi i fazzoletti.

P.S. Un omaggio al rimpianto Dino Risi, che dirige La moglie del prete (1970) in una delle prime scene: è interpretato da suo figlio, Marco Risi.

Published in: on gennaio 21, 2010 at 12:01 am  Comments (5)  
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La banca romana e l’immunità parlamentare

Raiuno ha mandato in onda, in due puntate, la rievocazione di un famoso scandalo politico-bancario di fine Ottocento.

Bel lavoro. Ottima ricostruzione storica, eccellente regia (di Stefano Reali) e buona interpretazione di Lando Buzzanca e Giuseppe Fiorello.

Per me, al di là della valutazione estetica, è importante sottolineare un aspetto giuridico di quella vicenda. Cioè l’istituto dell’IMMUNITA’ PARLAMENTARE.

La conclusione della storia (una storia vera, ripeto) è che TUTTI gli imputati di quel clamoroso processo FURONO ASSOLTI.

E furono assolti proprio perchè la maggior parte di loro erano parlamentari (tra loro Giovanni Giolitti, che era Presidente del Consiglio, e Francesco Crispi, che lo diventò in seguito) e quindi non perseguibili.

Per quelli che non erano parlamentari si ricorse all’argomento: “perchè gli altri sì e loro no?”

Infatti, come spiega uno dei personaggi, “se venissero condannati solo i non-parlamentari e gli altri la facessero franca, l’indignazione popolare potrebbe sfociare in una terribile rivolta”.

Quindi, grazie a quel privilegio di casta, TUTTI ASSOLTI.

Oggi l’immunità parlamentare (più esattamente, l’obbligatorietà dell’autorizzazione a procedere) non esiste più (è stata cancellata nel 1993, ai tempi di Mani Pulite), ma qualcuno la rimpiange.

Già: se ci fosse ancora, Cesare Previti sarebbe ancora deputato.

Magari presidente di una commissione della Camera. Magari ministro.

Inès del alma mia, romanzo…

…di Isabel Allende (2006).

PREMESSA. Nella mia vita precedente dovevo leggere molto velocemente. Le alunne e gli alunni delle scuole in cui operavo non mi chiedevano se un romanzo era ben scritto, ma “di-che-cosa-parla?”

Ovvio. Una lettrice/lettore alle prime armi si interessa più all’argomento che allo stile.

Di conseguenza ho dovuto perfezionare il mio skimming per “sorvolare” centinaia di pagine alla ricerca dell’essenziale (cosa fa lui, che tipo è lei, in che epoca si svolge…) e, poiché la funzione sviluppa l’organo, la mia velocità era spesso superiore alle 100 pagine all’ora.

Ora le cose sono cambiate: ho molto più tempo a disposizione e non mi occupo direttamente di biblioteche scolastiche. Richiesto dalla ex-collega Margherita di dare un parere su questo romanzo (“sorvolato” in un pomeriggio di due inverni fa), l’ho riletto con calma. Velocità media: 3 minuti a pag, ossia 20 pag/h. FINE DELLA PREMESSA.

Di-che-cosa-parla?

Ines Suarez (nata in Estremadura intorno al 1510) racconta, settanta anni dopo, la sua avventurosa vita. Di come partì per l’America alla ricerca del primo marito (un mascalzone, ucciso nella guerra tra Diego de Almagro e i Pizarro), di come divenne l’amante di Pedro de Valdivia e conquistò con lui il Cile, difese eroicamente Santiago dai terribili indios mapuche e di come, mollata dall’ingrato Valdivia, sposò Rodrigo…

Come è raccontato tutto ciò?

Cominciamo col dire che raccontare in prima persona permette di esprimere bene i sentimenti del/della protagonista e ciò manifesta l’identificazione totale dell’autrice/autore col il/la protagonista. Mattia Pascal è Pirandello, Zeno Cosini è Svevo, Bella Swan (nessuno si scandalizzi per l’accostamento) è la Meyer.

La Allende si identifica in questa superdonna, libera e fiera, intelligente e coraggiosa, abilissima con la spada e con la padella, capace di salvare un intero esercito con la sua rabdomazia.

Ma la narrazione in prima persona “schiaccia” gli altri personaggi sullo sfondo e SACRIFICA I DIALOGHI.

I DIALOGHI. Sono la difficoltà maggiore per un romanziere: attribuire a ciascun personaggio un diverso codice linguistico, diverse facoltà espressive.

E’ questo che ha fatto sommo W. Shakespeare (chiunque si nascondesse dietro il suo nome) e ha reso grandissimi Hemingway, Somerset Maugham, Maupassant, Tomasi di Lampedusa, ecc

E’ questo il limite di Isabel, ciò che le ha impedito (almeno finora) di essere una grande scrittrice. I suoi dialoghi sono artificiosi, irreali. In questo romanzo (sempre per il motivo di cui sopra) passano decine di pagine senza dialoghi e poi…

“il diavolo ci infonde tanti e diversi appetiti, ma Dio ci dà la lucidità morale per controllarli… il destino dell’uomo è quello di elevarsi al di sopra della bestialità, condurre una vita ispirata ai più nobili ideali…”

“Mi fai paura, Pedro… se non mi fosse nota la tua virilità, che invece conosco, penserei che sei privo dell’istinto primordiale proprio dei maschi…”

Non sono due filosofi a parlare. Sono due soldati, ancora grondano sangue dopo il Sacco di Roma. “lucidità morale, istinto primordiale”: vi sembra realistico il loro modo di esprimersi?

Aggiungo una considerazione sull’uso degli aggettivi. Ci sono più aggettivi che verbi e questo appesantisce il ritmo. Un esempio: nel giro di 2 righe veniamo a sapere che “dalla bella Siviglia, navigando per le chiare acque del Guadalquivir, arrivammo all‘irriquieto porto di Cadice, con i suoi vicoli acciottolati e le sue cupole moresche

Era necessario infilare 5 aggettivi, non del tutto indispensabili, in una sola frase? Che importanza ha, nell’economia del romanzo, il colore delle acque del Guadalquivir e quale porto non è “irriquieto”?

A parte ciò, è un romanzo che acchiappa (se no non sarei arrivato in fondo) E’ la storia romanzata di come nacque il Cile: Isabel Allende si è cimentata con lodevole impegno nel raccontare la genesi della sua patria, giustamente orgogliosa che in questa impresa una donna sia stata determinante, con il suo coraggio e la sua saggezza.

Verdone

Commedia di non eccelso livello, Io, loro e Lara.

Si può leggere in due modi

  1. nel senso tradizionale di commedia (che finisce bene, se no sarebbe un dramma come IL RICCIO): una moldava, ragazza madre (Lara), vive di espedienti (fa la cubista, chatta eroticamente, ecc) e deve dimostrare a una psicologa dei servizi sociali (interpretata da A. Finocchiaro, sempre brava ma un po’ sprecata dal copione) che può tenere il bambino con sè; tutto sembra precipitare senza rimedio… ma (oplà) arriva il lietissimo fine!
  2. se però consideriamo il quadro in cui si muovono i personaggi, c’è da RABBRIVIDIRE: una famiglia ultrasfasciata (possibile che il figlio prete non sappia che suo padre si è risposato? nessuno si preso la briga di avvertirlo, nonostante i mezzi tecnologici -webcam, telefonini- che tutti usano in continuazione?), malavita straripante (ti sparano attraverso le finestre in pieno giorno), furti a ripetizione nei supermercati e per la strada (il protagonista appoggia per terra i sacchetti della spesa, si distrae un attimo e…), una “psicologa” nevrotica (interpretata da Anna Bonaiuto, la migliore) impegnatissima a far interdire il padre, ma distrattissima verso il resto della famiglia (si accorge con notevole ritardo che la figlia esce di casa all’una di notte con una strana amica) ecc.

Questa è l’Italia secondo Carlo Verdone e, quando il protagonista sbotta “E’ meglio che me ne torno in Africa!” viene voglia di rispondere “Veniamo anche noi!!!”

Ho rivisto il DVD di un film analogo: LA MESSA E’ FINITA di Nanni Moretti (1985). Lì l’intreccio era decisamente tragico (la madre del prete si toglie la vita, gli amici di un tempo sono finiti male o malissimo), ma la conclusione era la stessa: il missionario torna nel terzo mondo, convinto che qui non c’è più niente da fare.

Cristo si è fermato al raccordo anulare? Ma le questioni religiose non sono di mia competenza: le lascio alla Conferenza Episcopale Italiana (che sembra aver gradito il film) e a Vittorio Messori (che ha storto il naso).

Dr. House, Medical Division

GC mi fa notare la somiglianza tra Sherlock Holmes e Gregory House.

Più che giusto: House è la versione moderna di Holmes. Hanno tantissime cose in comune.

  • entrambi hanno un brutto carattere e un’altissima opinione di se stessi
  • entrambi vogliono solo casi straordinari da risolvere: la routine li deprime
  • entrambi si basano sullo stesso metodo: l’osservazione di particolari apparentemente insignificanti porta a conclusioni spesso imprevedibili
  • entrambi si drogano (nel caso di Holmes, DOYLE LO VOLEVA MORTO e quindi preparava i lettori alla sua imminente fine fin dalla seconda avventura, THE SIGN OF THE FOUR)
  • entrambi sono in conflitto con i mediocri: SH con l’ispettore Lestrade di Scotland Yard, House con i dirigenti del suo ospedale
  • entrambi hanno una “religione della scienza”, non si interessano di politica e non si lasciano coinvolgere emotivamente dai loro casi
  • H-o-u-s-e è quasi l’anagramma di H-o-l-m-e-s
  • al posto di John Watson (medico bravo, ma non geniale) c’è James Wilson (come sopra)
  • chi più ne ha, più ne metta