EMILY DICKINSON

Breve, ma piena di mistero fu la vita di questa affascinante poetessa americana.

1830-1886 e tutta l’età matura la volle passare rinchiusa in casa, ricevendo solo pochissimi fidati amici.

Sui motivi di questa autoreclusione ci sono molte opinioni: si era innamorata di un uomo sposato, non sopportava la volgarità della gente, il suo unico amore era morto in guerra, era incredibilmente timida ecc

Io preferisco non pronunciarmi. Voglio solo rendere onore alle sue meravigliose poesie.

Difficilissime da tradurre in italiano, perchè si basano su sonorità e allitterazioni che il traduttore (e ci hanno provato artisti come Luzi e Montale, mica còtica) non riesce quasi mai a rendere in pieno.

Perciò trascrivo qui 3 brevi poesie nell’originale (con una trad alla buona) e mi inchino senza aggiungere altro.

To make a prairie it takes a clover and one bee

one clover, and a bee,

and revery.

The revery alone will do,

if bees are few.

Per fare una prateria ci vuole un trifoglio e un’ape

un trifoglio e un’ape

e la fantasia.

La fantasia è sufficiente

se le api sono poche.

I’m Nobody! Who are you?

Are you -Nobody- too?

Then there’s a pair of us!

Dont tell! they’d advertise -you know!

How dreary – to be – Somebody!

How public – like a frog

to tell your name -the livelong June-

to an admiring Bog!

Mi chiam0 Nessuno. Tu chi sei?

Sei Nessuno anche tu?

Allora siamo in due!

Non raccontarlo in giro: si potrebbere spargere la voce!

Che peso essere Qualcuno!

Che volgarità! Come una rana

che gracida il tuo nome -per tutto il mese di Giugno-

a un pantano di ammiratori.

If I can stop one Heart from breaking

I shall not live in vain

if I can ease one Life the Aching

or cool one pain

or help one fainting Robin

unto his Nest again

I shall not live in Vain.

Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi

non sarò vissuta invano

se potrò alleviare il dolore di una vita

o addolcire una pena

o aiutare un pettirosso caduto a ritornare al suo nido

non sarò vissuta invano.

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Published in: on gennaio 31, 2009 at 9:12 am  Comments (3)  
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LA VARIABILE DIO, di Riccardo Chiaberge

Arno Allan Penzias è un fisico, premio Nobel 1978; di origine tedesca, vive negli USA; la sua famiglia (che scappò appena in tempo dalla Baviera) lo ha educato al rispetto della tradizione ebraica, ma Arno non crede a un Dio personale.

George Vincent Coyne è un astronomo; e un gesuita; lavora all’osservatorio di Tucson (Arizona); è nato (come Arno) nel 1933.

Si sono incontrati in un weekend d’estate, su invito del giornalista italiano R. Chiaberge, e hanno discusso a lungo sui rapporti tra religione e scienza. Il contenuto di questo libro è la sintesi del loro incontro.

Uno scambio di vedute cortese e rispettoso, ma le posizioni restano molto diverse. L’astronomo gesuita crede in un principio spirituale che in qualche modo sopravvive alla morte del corpo; il premio Nobel crede nel DNA: “se abbiamo un’anima, essa consiste nell’ALTRUISMO incastonato nel nostro DNA”

I due concordano però nel condannare (con sfumature diverse) lo scientismo, la pretesa che le conoscenze scientifiche possano valere come principi assoluti e ispirare i comportamenti umani. Noi progrediamo continuamente e sempre più abbiamo coscienza dei nostri limiti. Proprio questa consapevolezza ci spinge a progredire nella ricerca.

Caratteristica dello scienziato è quindi il desiderio di proseguire all’infinito nella ricerca (viene citato a questo proposito sant’Agostino: “Cerchiamo con il desiderio di trovare e troviamo con il desiderio di cercare ancora”) e, contemporaneamente, la consapevolezza che la nostra comprensione della realtà è imperfetta.

Questa consapevolezza è espressa dai due scienziati, sempre con qualche sfumatura diversa.

Arno: “c’è un desiderio di infinito, un desiderio per qualcosa che trascenda la nostra esperienza, perchè sentiamo il bisogno di uscire dal nostro mondo”

George: “abbiamo un bisogno innato di conoscenza e vogliamo spingere questo bisogno più avanti possibile, ma ci rendiamo anche conto che esiste un limite, un ingresso a quello che chiamiamo il mistero del trascendente”

Noto che Arno esprime soprattutto la sua insoddisfazione per il mondo come è (tornerò su questo concetto), mentre George insiste sul “trascendente”. Io non c’ero, ma presumo che questo termine non sia piaciuto moltissimo al suo interlocutore.

Segue un capitolo (Creation Park: la crociata contro Darwin) in cui si parla dell’Intelligent Design (disegno intelligente). Da profano qual sono, ci ho capito ben poco. Ho capito che entrambi gli scienziati concordano nel giudicare “non scientifica” questa teoria. Bene ha fatto perciò il giudice Jones dello stato della Pennsylvania a respingere la richiesta che la dottrina dell’ID venisse inserita come materia di insegnamento nelle scuole pubbliche.

Un capitolo ancora più delicato è intitolato “La sfida di Galileo e le scuse di Wojtyla”. Paradossalmente è il gesuita George Coyne a giudicare più severamente la condanna di Galileo e a ritenere che la Commissione pontificia che riesaminò il caso dal 1981 al 1992 (di cui lo stesso Coyne faceva parte) non abbia “chiesto scusa” in modo adeguato.

IN CONCLUSIONE i due interlocutori si lasciano con un abbraccio e “un simbolico patto di libertà e tolleranza”. Io, da parte mia, concludo con una citazione di Arno Penzias: “voglio credere in un mondo che abbia uno scopo…  per me sarebbe terribile avere la sensazione di vivere in un mondo senza significato… io credo che esistano VERAMENTE cose come l’amore e la verità; proprio come credo che, anche se il mondo scomparisse, il sette sarebbe sempre un numero primo.”

Published in: on gennaio 25, 2009 at 9:38 am  Comments (5)  
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a proposito di TOM BOMBADIL

Mi sono riletto con comodo i capitoli iniziali del SIGNORE DEGLI ANELLI.

Belphagor mi aveva messo una pulce nell’orecchio a proposito del mio giudizio iniziale su Tom Bombadil, che avevo definito in un post di fine novembre “personaggio inutile”…

Altrochè inutile! Tom rimane al margine dell’azione principale, ma di lui si dice che è straordinario, il più potente e più antico di tutte le creature della Terra di Mezzo: “era qui prima del fiume e degli alberi, vide la prima goccia d’acqua e la prima ghianda, conobbe l’oscurità sotto le stelle quand’era innocua e senza paura, prima che da Fuori giungesse l’Oscuro Signore…”

Ha molti nomi: nelle ere lontane era chiamato Iarwain Ben-adar, Forn oppure Orald, il più anziano e il senza padre.

La malvagia Potenza che ha forgiato l’Anello non sembra influire su di lui: Tom è l’unico che infilando l’Anello nel mignolo NON DIVENTA INVISIBILE.

Infatti, quando i saggi si riuniscono intorno a Elrond per discutere  su cosa fare dell’Anello, viene presa in seria considerazione l’ipotesi di affidarlo a Tom che, nascosto nella foresta, potrebbe resistere in eterno agli attacchi di Sauron.

Ma l’ipotesi è scartata. Proprio perchè Tom è radicalmente estraneo a ogni desiderio di potere non darebbe importanza all’Anello; probabilmente lo perderebbe o si dimenticherebbe di averlo.

IN SINTESI, Tom è un dio, ma è UN DIO DISTRATTO,  placidamente indifferente a quello che succede fuori del suo territorio.

Come gli dei di cui parla Epicuro, dei che non si curano di noi.

Published in: on gennaio 23, 2009 at 12:21 am  Comments (5)  
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IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE (il libro e il film)

Bello il romanzo, bellissimo il film.
righe
Trama. Bruno, nove anni, deve lasciare la sua bella casa berlinese perchè “papà è stato promosso” e deve trasferirsi con tutta la famiglia ad “Auscit”, in una grande villa immersa nel verde. Esplorando i dintorni della villa scopre il Lager dov’è rinchiuso un bambino ebreo, Shmuel. Parlano e fanno amicizia, attraverso il filo spinato: Bruno non capisce cosa voglia dire “ebreo” e perchè Shmuel sia obbligato a vivere lì; ma vuole andare con lui e alla fine riesce ad entrare nel Lager. Non ne uscirà vivo.

Naturalmente, il film aggiunge al valore del testo la struggente bellezza delle immagini (gli occhi dei due bambini che si alternano nei primissimi piani) e della musica (di James Horner, da Oscar). La scena della camera a gas non la potrai dimenticare, anche se campi cento anni.

Però la pagina scritta ha il suo incanto evocativo. Leggete questo breve romanzo (200 pagine) e mi direte.

Cito soltanto un paio di frasi, capaci di trasmettere con le sole parole più emozione delle immagini del film: “Anche se Bruno era basso per la sua età, la sua mano era sana e piena di vita.  Le vene non si vedevano attraverso la pelle, le dita non erano poco più di bastoncini secchi. La mano di Shmuel raccontava una storia molto diversa.”

“Shmuel non piangeva più. Guardava il pavimento, come per convincere la sua anima a non vivere più nel suo corpicino, ma scivolare via e volare attraverso la porta fino in cielo, veleggiando fra le nuvole fino a sparire lontano e non tornare mai più in questo mondo.”

POST SCRIPTUM. A un certo punto nella grande villa dove abitano i protagonisti viene proiettato un documentario sui lager. Documentario realizzato nel 1944 a Terezìn (presso Praga) per ingannare la Croce Rossa internazionale e l’opinione pubblica dei paesi neutrali, mostrava che la vita degli ebrei non era poi così brutta…

Published in: on gennaio 21, 2009 at 7:23 pm  Comments (16)  
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il computer è una macchina stupida o sono stupido io?

Devo riconoscere che Umberto Eco (personaggio che non suscita in me una simpatia immensa) sa il fatto suo. Certe sue affermazioni lasciano il segno.

Ad esempio, ha scritto (circa 20 anni fa) “il computer non è una macchina intelligente che aiuta le persone stupide; al contrario, è una macchina stupida che funziona solo nelle mani delle persone intelligenti”

Purtroppo io non sono molto intelligente e quindi nelle mie inesperte mani il computer non funziona bene.

Ho impiegato mesi per imparare a inserire le immagini. E adesso non riesco a capire come mai si sia aperto un nuovo account (sempre che questa  sia la parola giusta) in cui sono finiti alcuni che mi cercavano.

Questo BUCO NERO si chiama http://marcofrangini.wordpress.com/  e l’ho creato io (almeno credo) in un momento di totale confusione.

Ho cercato di annullarlo senza esito. Poi ho provato a modificare il post inaugurale (hello world) con due parole di scuse e le istruzioni per trovarmi QUI. Forse questo sono riuscito a farlo.

Questa e altre catastrofi sono da imputare unicamente alla mia ocarottaggine e NON AL COMPUTER, il quale (in mani più esperte delle mie) funziona benissimo.

Published in: on gennaio 19, 2009 at 12:56 pm  Comments (8)  
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un reality show chiamato LAGER

Giustamente Allemanda mi fa notare che l’idea di un Grandefratello in cui i partecipanti siano ELIMINATI FISICAMENTE uno ad uno non è originale.

L’ha usata Amélie Nothomb in un breve ma densissimo romanzo: ACIDO SOLFORICO.

Aperta parentesi. Tutti i romanzi della Nothomb sono brevi. Embè? Anche IL VECCHIO E IL MARE, uno dei migliori che abbia mai letto, è brevissimo. Ma hanno subito dato il NOBEL al suo autore. Magari lo daranno anche ad Amélie, tra qualche decennio. Hai visto mai? Chiusa parentesi.

Trama essenziale. C’era un vecchio che pescava da solo nel Golfo del Messico… Scusate, mi sono distratto. Daccapo.

Trama essenziale. In un paese dell’Europo centrale si organizza un reality chiamato CONCENTRAMENTO. Un numero imprecisato di donne e uomini sono COSTRETTI a entrare in un lager: chi sopravviverà un anno a stenti e bastonate? Le quali bastonate sono inflitte da una decina di Kapò.

I Kapò (tutti giovani) sono stati scelti dagli Organizzatori tra gli ospiti del Lager; i requisiti sono: mancanza di scrupoli, energia fisica e cinismo. La più cinica è Kapò Zdena, brutale e arrogante ventenne che diventa famosissima (i telespettatori la odiano, ma non riescono a staccare gli occhi da lei) e rimane a sua volta affascinata dalla bellezza (esteriore, ma soprattutto interiore) della detenuta Pannonique.

Quando Pannonique sta per essere uccisa, Zdena si ribella clamorosamente davanti alle telecamere, provocando la fine dello show.                                                      

Ripeto: nel romanzo i partecipanti a CONCENTRAMENTO sono costretti con la forza. Nella nostra TV non c’è bisogno di costringere  nessuno: bisogna anzi selezionare (con un notevole sforzo organizzativo) tra le centinaia di migliaia di aspiranti.

Non escludo che un giorno si arrivi a un grandefratello con spargimento di sangue. Magari con “prove” di coraggio e di resistenza fisica al limite della sopravvivenza. Tutto è possibile, quando i dirigenti delle TV sono ossessionati dai dati Auditel e quando i concorrenti sono ansiosi di vendere l’anima al diavolo per un briciolo di notorietà.                   

Published in: on gennaio 17, 2009 at 5:39 pm  Comments (5)  
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IL GRANDE FRATELLO TI VEDE…

Quando ho cominciato a bloggare, a settembre, la prima cosa che ho fatto è prendermela col Grande Fratello. “C’è qualcosa di peggio?” mi sono chiesto. Beh, qualcosa di peggio c’è, anche se adesso non mi viene in mente…

Comunque, questo è il momento per spiegare perchè lo detesto tanto.

La domanda è: a chi piace il “grande fratello”? Perchè a qualcuno piace, non c’è dubbio. Milioni di telespettatori lo seguono assiduamente e molti di loro attraverso il televoto decidono chi deve uscire dalla Casa e chi, alla fine, vince.

E vincono sempre delle mezze calzette.

Se qualcuno ha delle qualità, anche modeste, state tranquilli che non vince: ho esemplificato in http://un-paio-di-uova-fritte.blog.kataweb.it/  

Azzardo un’ipotesi. Lo SGF (spettatore grande fratello; o spettatrice: presumo che prevalga il pubblico femminile, ma non posso verificarlo) si identifica con il concorrente mezzacalzetta PROPRIO PERCHè NON SA FARE NIENTE. Dice: “è imbranato e superficiale come me… spero che vinca!”

La rivalsa dell’uomo senza qualità, che arriva al successo e alla notorietà non per suo merito ma per puro culo. Lo stesso meccanismo per cui si tifa per il concorrente dei PACCHI di raiuno: che pacchia diventare ricchi senza alcun merito, solo per i capricci della Dea Bendata!

Ma c’è un’altra ipotesi, un po’ più inquietante.

Avete presente i giochi dei gladiatori nell’antichità? Provate ad accostarli ai concorrenti dello show, che entrano nell’Arena, si inchinano al pubblico e recitano le loro banali formulette di saluto così simili al famoso “Ave Caesar, morituri te salutant!”

Solo che invece di Cesare c’è Daria Bignerdi (no, sbaglio: Marcussi… ma si somigliano tutte) e gli spettatori, invece di alzare o abbassare il pollice, usano il telecomando.

Insomma, lo spettacolo è simile a quelli del Colosseo (manca solo lo spargimento di sangue, ma non è detto che in futuro…) e della Corrida (sempre Canale 5, non è un caso): dare allo spettatore l’illusione di decidere qualcosa, almeno in TV.

Con la differenza che alla Corrida chi applaude o fischia o suona i campanacci lo fa apertamente, spesso inquadrato dalle telecamere. Dà la faccia!

Invece al GF il voto è anonimo: tu stai a casa e abbassi il pollice senza essere visto.

Pollice verso! Sei stato nominato! De-vi mo-ri-re, de-vi mo-ri-re, de-vi mo-ri-re….

Published in: on gennaio 15, 2009 at 9:32 am  Comments (6)  
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Kristin Scott-Thomas

Attrice anglo-francese, nata a Redruth (GB) ma vive a Parigi da trent’anni.

Lunga esperienza teatrale (la ricordo come Lady Anne nel Riccardo III di Shakespeare): non ha iniziato la carriera come certe celebrità nostrane con gli spot dell’Alpitour o del Maxibon.

Recentemente ha alternato ruoli brillanti a ruoli drammatici. Più commedia che tragedia comunque. Cito qui gli ultimi 4 film in cui l’ho ammirata.

LA FAMIGLIA OMICIDI (keeping mum, 2005). Moglie stressata di un distratto prete anglicano, ne riconquista l’amore e riesce a liberarsi di un vicino atrocemente villano e di un amante volgarotto. E scopre di essere figlia di… (non ve lo posso dire).

UNA TOP MODEL NEL MIO LETTO (la doublure, 2006). Stramiliardaria parigina, smaschera allegramente il marito infedele e si diverte alle sfilate di Kurt Lagerqualchecosa.

L’ALTRA DONNA DEL RE (the other Boleyn girl, 2008). Madre di Mary e Anna Bolena, assiste all’ascesa delle figlie al ruolo di puttane regali fino al tragico epilogo. Non la consolerà per niente avere una nipotina dai capelli rossi che regnerà col nome di Elisabetta I.

UN MATRIMONIO ALL’INGLESE (easy virtue, 2008, in sala da venerdì scorso). Nel ruolo di Suocera aristocratica e amareggiata. E ne ha motivo: il marito non l’ama, i figli sono un disastro, il patrimonio di famiglia si sta sgretolando e la nuora americana (da lei definita la fallofila) non l’aiuta certo a tirarsi su.

Secondo me, migliora di film in film. Attendo perciò (ci vorrà un po’ di tempo) di vederla nel ruolo di madre di John Lennon.

ancora sulla pubblicità…

Voglio aggiungere qualche considerazione al tema della pubblicità in TV.

Come sanno bene gli addetti ai lavori, i messaggi pubblicitari sono diretti alle menti più ottuse e superficiali.

Chi ha un po’ di sale in zucca non sceglie un prodotto sulla base degli spot. Si tratti di un’auto, di un prosciutto o di un cerotto CHI FA USO DEL CERVELLO sceglie a prescindere da slogan, immagini o musichette.

Al massimo viene a conoscenza che esiste un pennello che si chiama Cinghiale (il primo che mi è venuto in mente), ma non è che poi lo compra.

Io difatti lo conosco, ma non l’ho mai comprato. Come non mai comprato l’amaro Cynar, anche se la pubblicità me lo ha fatto conoscere.

Premesso ciò, l’astuto pubblicitario sceglie i programmi più adatti al suo target per farcirli di spot e messaggi promozionali. Inserirà lo spot in un’opera lirica, in una tragedia di Shakespeare o in una dotta conferenza sulla lingua provenzale? Direi di no.

Preferisce invece (proprio perchè conosce bene i suoi polli) programmi rasoterra come Carramba, striscialanotizia e i pacchi di Raiuno.

Anzi, è proprio lui che condiziona i palinsesti grazie al perverso meccanismo AUDITEL!!!!

Prima dell’era Auditel non si misuravano i contatti, ma l’indice di gradimento. Perciò i dirigenti RAI potevano proporre L’Odissea, La Traviata, Gilberto Govi, L’Idiota (con Albertazzi nella parte di Miskin) o I Camaleonti (con Sbragia e Carraro) senza temere il ricatto dei pubblicitari: “programma noioso? niente spot!”

Di conseguenza, proprio per attirare i soldi degli sponsor, la produzione televisiva si livella verso il basso. Sempre le stesse strisce, sempre le stesse corride, sempre le stesse squadre di polizia… Niente più Verdi, niente più Shakespeare.

Se la pubblicità fosse limitata all’esterno dei programmi, come dicevo, la qualità dei programmi aumenterebbe. E il pubblico premierebbe questo cambiamento. Vi ricordate il successo di Benigni quando (senza essere interrotto) recita Dante?

 

Concludo rispondendo alla domanda di Lilian. Tornatore ha diretto numerosi spot. Adesso mi viene in mente quello per Diners Club.

Bello spot comunque. Venezia. Un funerale in gondola: le ceneri di tal signor Manzini stanno per essere disperse in laguna; ma l’urna è vuota.

Costernazione della vedova. Nelle inquadrature seguenti veniamo a sapere che il vispo Manzini, grazie alla carta di credito, se la spassa alla grande in Polinesia.

Published in: on gennaio 12, 2009 at 5:09 pm  Comments (4)  
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WILL SMITH

Sette anime non mi ha entusiasmato. Troppa enfasi melodrammatica, troppi primi piani… MA TROVO MOLTO IMPORTANTE parlare della DONAZIONE DEGLI ORGANI.

Se penso alle cazzate espresse a suo tempo da Celentano (bravissimo cantante e showman, intendiamoci, ma la smetta di fare il profeta) APPLAUDO QUESTO FILM almeno per provocare la discussione su questo tema.

Mi è piaciuto molto di più La ricerca della felicità. Ne ho parlato nel post del 14 dicembre. E adesso mi sembra il momento di valutare globalmente Will come attore cinematografico.

A parte la lunga serie TV “il principe di Bel Air”, W.S. nasce come attore brillante in commedie come “Sei gradi di separazione” o in storie d’azione a lieto fine (Indipendence Day, Men in Black, Nemico pubblico, Io robot, ecc) che è quasi la stessa cosa. Comincia a recitare parti veramente drammatiche in Alì, un bel film biografico che gli ha procurato una nomination all’Oscar.

Poi è arrivato Muccino e hanno fatto insieme La ricerca della felicità (seconda nomination)…  Bel film, come belli sono stati Io sono leggenda e Hancock. So che Hancock  non è piaciuto a molti, ma lo considero un tentativo coraggioso e quasi completamente riuscito di uscire da schemi molto collaudati.

E infine, dopo aver migliorato di film in film, è arrivato a Sette anime. Anche qui siamo nella contea di Los Angeles, ma quanto è lontana Bel Air! Prevedo una terza nomination all’Oscar e chissà…

Comunque l’importante è migliorare. Sono convinto che W.S. possa migliorare molto, acquistando qualità nel tempo come il buon vino.

Published in: on gennaio 11, 2009 at 1:22 pm  Comments (4)  
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